Il modello tedesco : vivo davvero nel Paese di Bengodi?

Torno a scrivere dopo settimane di silenzio; da bravo pigro che sono, senza volerlo, ho trascurato il blog, ché tanto voglio dire… non credo che qualcuno abbia refreshato costantemente questa pagina in attesa di qualcosa di nuovo dal fronte occidentale.
Oggi torno su queste pagine, colto dalla rabbia – o forse da una sana voglia di mettere i puntini sulle i – dopo aver visto un servizio di La7 sul cosiddetto “ modello tedesco “ e la vita a Berlino, il classico montato televisivo del nostro paese con cui si presenta all’italiano medio la Germania come il paese della cuccagna.

Una mia amica ha postato il video sulla mia bacheca di Facebook, pensando a me quale “cervello in fuga” (pensate quali parametri distorti abbia questa ragazza!) che vive den deutsche Traum (versione moderna dell’American Dream, con contorno di crauti invece che patatine fritte) qui nella capitale tedesca.

Il servizio descrive Berlin come una sorta di paradiso: si analizza il fenomeno – tutto crucco, assolutamente vero! – delle giovani famiglie, si intervistano italiani che hanno un impiego regolare, si parla anche dei tanto famosi assegni di disoccupazione, di primo e secondo livello, che spettano a tutti i disoccupati domiciliati qui.

A sentir parlare gli intervistati ed a vedere il servizio, il tipico italiano potrebbe facilmente pensare al modello tedesco di welfare come alla formula aurea, da cui tutto il bene del mondo deriva e trae forza. La favola di questa enorme città piena di vita, in cui la gente non ha la macchina e gira in tram e bicicletta pagando case 500 euro al mese potrebbe affascinare anche il più disincantato italiano che, nella nullafacenza della domenica, scopre il video sul sito di La7. Ma quanto è vero e quanto no?

Io sono convinto che non tutto sia proprio come nel paese degli gnometti Loacker…

Modello tedesco : tra il dire ed il fare

Modello tedesco : il famoso JobcenterI primi italiani che incontriamo nel servizio si aggirano per il quartiere di Kreuzberg, proprio in Kottbusser Tor, a pochi passi da casa mia e dalla sede della società per cui lavoro. La grande ferrovia sopraelevata della U1 fa da sfondo per l’inizio dell’intervista, che poi continua in uno dei tanti pub dell'(ex) quartiere degli artisti, uno dei più famosi della capitale alemanna.

Si parla di contratti di lavoro fissi, di gente che ce l’ha fatta e guarda i connazionali che ancora non hanno lasciato il Bel Paese con quella maschera di vittoria sul volto che non potrebbe non provocare l’invidia nei ragazzi che, a Roma e Milano, sognano un contratto da precario almeno per pagarsi le 4 uscite in croce con gli amici.

Non vi sono bugie nelle parole dei miei co-esuli, eppure basterebbe così poco, anche solo un sei mesi di vita qui, per capire che il paradiso promesso dalle loro parole è solo… una promessa che non può essere esaudita, almeno non per tutti.

La verità è che in Germania si ha un concetto di lavoro/vita che è molto diverso da quello a cui noi siamo abituati: è un qualcosa che ha a che fare col modo di vivere la vita che i tedeschi – ma soprattutto i berlinesi – fanno loro sin dalla più tenera età, o almeno dal momento in cui si recano al Bürgeramt per fare l’Anmeldung nella Hauptstadt.

Il vero modello tedesco, quello che gli italiani tentano di scimmiottare con leggi che non hanno il benché minimo senso se non lette nel contesto, è a dire il vero abbastanza semplice: lavorare per avere quanto basta per godersi la giornata e la vita. Questo concetto sembra abbastanza semplice, eppure è lontano anni luce dal modo in cui siamo abituati a vivere in Italia.

Intere famiglie italiane – uso appositamente la parola famiglia, visto quanto sembra essere importante questo concetto in Italia, ché noi si sa siamo ipocriti come il serpente che tentò Eva con la mela del peccato – vivono la loro settimana completamente alienati: dal lunedì al venerdì i genitori si spaccano la schiena a lavoro, tornando a casa tardi la sera, scambiando due parole a tavola con i figli ed attendendo con ansia il week-end per sbrigare le faccende di casa arretrate. Tra un paio di lavatrici, un’oculata spesa nei supermarket che presentano offerte e la sapiente preparazione di manicaretti per l’intera settimana, il sabato e la domenica si consumano così. Verrebbe da chiedersi se la famiglia non sia questo: vivere sotto lo stesso tetto, dipendere – se si è giovani o anziani – dagli adulti ed incontrarsi tra i corridoi di una casa comprata con sacrifici ed il cui mutuo pende sulle teste di ognuno come una spada di Damocle.

Il modello tedesco visto dagli stranieri in città

In Germania, al contrario, le persone accettano ogni tipo di lavoro, non hanno la presunzione di voler stare in un ufficio. Madri di famiglia guadagnano dignitosamente facendo le commesse e le cameriere – con una preparazione dettata dall’esperienza che ti fa veramente venire voglia di comprarti tutto il negozio o scofanarti tutto il ristorante, peraltro – e tentano di guadagnare il giusto, senza strafare con le ore, per tornare a casa – in affitto(!) – dai propri figli. Il sabato e la domenica la famiglia – quella vera, tedesca, quella che accetta anche le coppie omosessuali(!) – semplicemente esce. Si sta assieme perché si ha piacere di godere di un momento comunitario al parco – e in questo il video di La7 è assolutamente veritiero – lì dove un tempo correva il confine tra le due Berlino. Nel Mauerpark tutta la città è in festa: non stanno celebrando il sole – che voglio dire, questo non è sole… è una squallida pantomima di ciò che abbiamo in Italia(!) – ma festeggiano il fatto di essere lì assieme, di aver lavorato tutta la settimana per avere i soldi per fare questo. Niente roba di verghiana reminescenza, niente accomulo di debiti al di sopra delle proprie possibilità: sole, stesi sul prato, due birre e tre panini a 10 euro in tutto + la musica di una banda a cui dare 1 euro di mancia!
Per quanto riguarda gli aiuti, è vero che il modello tedesco di welfare è assolutamente giusto ed equo, ma bisogna anche capire che la mentalità alemanna – in generale – non è quella italiana: la gente non marcia sull’aiuto per non fare nulla, come invece noi italioti facciamo perché abituati a piangere il morto e fregare il vivo, come dice un nostro antico detto popolare.

La signora del Jobcenter intervistata dalla troupe di La7 sostiene che l’aiuto è disponibile per tutti coloro che vivono in città. Forse un tempo era così, ma ora – sarà la crisi? – le cose sono cambiate. Troppi italiani e spagnoli, accecati da servizi come questo, sono venuti a Berlino con progetti di vita che poco si discostavano dall’idea di cantare sotto un albero mangiando a sbafo dello stato tedesco: quanti connazionali, in ristoranti che battevano bandiera corsara (alias il nostro tricolore), hanno chiesto appositamente di non avere un contratto regolare, in modo da risultare nullatenenti e ricevere l’aiuto dello stato? O ancora: quanti hanno accettato – o sempre richiesto, che è poi la faccia più oscura della medaglia – di ricevere soldi sottobanco, in modo da avere una busta-paga ufficiale che consentisse loro di avere soldi extra da Mamma-Germania?

La verità è che il modello tedesco porta al benessere solo se viene vissuto come fanno i tedeschi; le differenze culturali tra noi e loro sono talmente grandi che noi non sapremmo che farcene di un modello così. Se – ammesso e non concesso che questo fosse possibile – noi prendessimo tout court il modello tedesco e lo implementassimo in Italia imploderemmo nel giro di qualche mese, proprio come sta implodendo Berlino stessa, piena zeppa di stranieri che si approfittano di quelli che loro considerano “bug” del sistema.

500 euro al mese per una casa a Berlino? Certo, perché qui tutti vivono in affitto o subaffitto da altri tedeschi… ma andate a vedere i costi attuali a Kreuzberg e Prenzlauerberg, in cui italiani e spagnoli hanno fatto affari d’oro comprando case ad un prezzo in cui a Roma e Barcellona avrebbero si e no potuto prendere un garage… La differenza con gli affitti di Milano e Madrid si assottiglia sempre più, perché l’italiano pensa a spremere il prossimo sino a che questo non sanguina, non a vivere dignitosamente permettendo agli altri di fare altrettanto.

D’altronde basta guardare la nostra classe politica per avere uno spaccato di quello che è l’Italia.

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Mi scuso se è uscito fuori in un post un po’ amaro, ma per l’amore che ho per questa città e per la stima che ho dei connazionali che leggono le notizie su internet e non aspettano il pappone della televisione – che meritano di sapere le cose a tutto tondo – non potevo non dire la mia sul tanto decantato modello tedesco.
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Informazioni su andreambetti

Andrea Betti (che ormai si presenta a tutti come "Andrés" perchè è stanco di farsi chiedere se sia nato donna!) è un ragazzo come tanti, di quelli che passano più tempo a disperarsi per il futuro che incombe, piuttosto che a vivere il presente che li incalza. Dal 2010 vive a Berlino, ha studiato Comunicazione alla Sapienza di Roma ed adesso fa tutta una serie di lavori che neanche lui capisce fino in fondo cosa abbiano a che fare l'uno con l'altro: lavora in un locale, fa traduzioni, scrive testi, articoli per giornali e blog e pure due robe per la TV e la radio, così.
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6 risposte a Il modello tedesco : vivo davvero nel Paese di Bengodi?

  1. Ciao, come al solito post piacevole da leggere, ma alla fine il messaggio che mandi risulta un po’ contraddittorio. Dal titolo e dai primi paragrafi sembrerebbe che la Germania è il paese del Bengodi solo nelle favole, e quindi nella realtà non è così. Dalla parte finale invece sembra che la Germania “sarebbe” il paese del Bengodi se non ci fossero gli “immigrati” a rovinarlo perché desiderosi solo di spremere il sistema ed il prossimo. Delle due l’una, il sistema è meglio di quello italiano oppure no? Sono anch’io immigrato, in Svezia dove alcune caratteristiche “nordiche” e l’impostazione del sistema del welfare sono ancora più “estreme” che in Germania. La mia opinione è che qui il sistema non è necessariamente migliore di quello italiano, nel senso che non è vero che in assoluto dà di più. E’ però molto più equo. Il tanto celebrato welfare scandinavo si basa sui dei concetti che se venissero proposti in Italia i sindacati scatenerebbero la rivoluzione. E’ vero che qui tutti godono di diritti fondamentali quale la malattia, 13 (!) mesi di maternità/paternità ecc. ecc. D’altra parte però è pure vero che il primo giorno di malattia è sempre a carico del lavoratore. Non vai al lavoro perchè sei malato, che in molti casi significa stanco, stressato, ho litigato col collega ecc. ecc., benissimo, i giorni che non lavori ti vengono trattenuti dallo stipendio. Il datore di lavoro non ci perde una lira. Poi i giorni che non hai lavorato, con l’eccezione del primo, sei tu a farteli rimborsare dall’equivalente svedese dell’INPS. Bada bene però, non te lo rimborsano in toto ma con un tetto pari all’80% di uno stipendio giornaliero base, piuttosto basso, basato sulla media di tutti gli stipendi erogati in Svezia. Quindi, a stare in malattia, ci perdi sempre dal punto di vista economico. Per il congedo parentale, completamente interscambiabile tra madre e padre, vale esattamente lo stesso concetto. Hai tredici mesi da dividere in due ma dal primo giorno non prendi l’equivalente del tuo stipendio, si applica lo stesso identico tetto della malattia. Prova a proporre queste soluzioni ai dipendenti pubblici italiani e vedi come ti rispondono.
    Per il discorso dei finesettimana nei parchi e dello sfruttamento, sono perfettamente d’accordo con te. La società in questi paesi è in qualche modo molto meno “consumista” di quella italiana. Il rispetto reciproco e le regole di convivenza te le inculcano a scuola. In Italia la scuola non insegna a vivere ma inculca nozioni sulla base di programmi elaborati nel primo 900. Finchè non cambierà questo. la società rimarrà in continuo declino.
    Un saluto,

    • andreabetti ha detto:

      Ciao, grazie per i complimenti. In effetti hai ragione, non si capisce molto se veramente la Germania sia il paese di Bengodi o meno… ma forse è bene così, perchè nemmeno io l’ho capito sino in fondo… sarà che – a ben vedere – rimango italiano nel midollo e quindi alcune cose mi sembrano assurde =P

      Comunque la descrizione che fai della Svezia mi incuriosisce (ed in realtà il paese in sé mi interessa già da qualche tempo… magari verrò a farci un salto, anche se già l’inverno berlinese mi lascia senza forze, quindi non so cosa potrebbe succedermi lì da quelle parti!)

      Un saluto e grazie di essere passato!

  2. averali ha detto:

    Sono d’accordo con quanto viene detto nel tuo post. Quel servizio cavalca l’onda della moda “tutti a berlino” che negli ultimi tempi si fa sempre piú sentire e pur di avere degli ascolti in piú si fa credere che venire a vivere qui significhi risolvere tutti i problemi che si hanno in Italia. Questo non fa altro che illudere tantissimi giovani che arrivano sperando di trovare facilmente un lavoro attinente con gli studi fatti e che paghi bene. Berlino non é il paradiso come nessuna altra cittá lo e´. Le cose stanno cambiando, a iniziare dal sussidio di disoccupazione agli stranieri…a detta del servizio, arrivi qui, vai al primo job center che trovi e percepisci soldi per non far nulla. Non é cosí, cosí come i prezzi degli affitti stanno aumentando e per trovare una stanza si possono impiegare anche mesi. Il welfare funziona meglio che in Italia, su questo non ci sono dubbi, ma per noi stranieri che viviamo qui, le difficoltá, soprattutto iniziali ci sono. Mi sembra tra l’altro che nel servizio non si faccia minimamente riferimento all’ostacolo linguistico, ci si dimentica che Berlino sia in Germania e che la lingua é il tedesco…e non l’inglese (che tra l’altro molti italiani neanche parlano). Inoltre spesso si viene qui rivendicando diritti inesistenti e ignorando dei doveri che a noi italiani sembrano inammissibili, insomma voler prendere solo i vantaggi della societá dove si va a vivere senza sacrificare nulla. In sostanza quello che volevo dire é che, come sostieni tu, a prescindere dal fatto che il welfare sia migliore oppure no, se non ci si “tedeschizza” almeno un pochino é difficile adeguarsi a questo tipo di societá, e l’italiano medio spesso trova molte difficoltá.

  3. Frou ha detto:

    L’inflazione di lettori svedesi nel tuo blog mi impedisce di raccontare quello che è più o meno già stato detto 🙂
    La mia impressione è che qui tutti sono non ricchi ma stanno bene, quel bene che ti permette di mettere al mondo un numero variabile di figli, di goderti le giornate senza troppo stress (nonostante gli ettolitri di caffeina che ti bevi durante le mille pause caffè) e di permetterti quei piccoli lussi (tipo un pranzo fuori al fine settimana) ma senza mai esagerare.
    Ci sono degli aspetti negativi, certo, per esempio da buona italiana che tiene alla famigghia mi trovo un po’ perplessa per come trattano gli anziani, mandati in case di riposo in cui vivono con altri anziani e seguiti da infermiere, quando il sistema badante secondo me con tutti i suoi difetti ha un aspetto molto più umano che non spedire il vecchietto in un istituto-dimenticatoio.
    Comunque è vero che tutto dipende dalla mentalità, anche se a volte qui dove sono in Svezia vedo all’orizzonte giovani aitanti che non stonerebbero all’Hollywood a Milano a scialaquare perchè papà ha la fabbrichetta (Vedi il fenomeno del vaskning: http://www.urbandictionary.com/define.php?term=vaska).

    La domanda a questo punto credo che vada rigirata da se la Germania sia il paese del Bengodi a se davvero esista questo tanto decantato paese!

    Ciao!

  4. Giorgio ha detto:

    Oddio, io innanzitutto metterei i puntini sulle i: Berlino non è la Germania e rappresenta per molti versi un’eccezione. Che i tedeschi non si spacchino la schiena a lavorare o che accettino qualsiasi tipo di lavoro per poi uscire con gli amici il sabato e la domenica, è un’idea che potresti farti se tutti i tedeschi che conosci sono quattro locals di Kreuzberg. Vai a Stoccarda, a Francoforte, a Düsseldorf ma anche tra gli “altri” berlinesi e parla un po’ con le persone. Credimi che è tutto tranne che il paese del Bengodi. Gli stranieri si approffittano del welfare? Vero, ma conosco personalmente un bel po’ di tedeschi che campano di Hartz IV da anni. E’ vero che nel complesso i tedeschi hanno un senso del bene comune e di come funziona una società coesa (con diritti e doveri) che noi ci sogniamo, ed è altrettanto vero che il loro modello in Italia difficilmente potrebbe funzionare, ma stiamo attenti a non mitizzare le cose o vedere quello che vogliamo vedere.

  5. Molto bello e veritiero il tuo articolo. Una statua d’oro al commento di Averali. Ho proposto una versione più incentrata sul lavoro in merito alla questione Bengodi, in questo articolo del mio blog. Se vi va di darvi un’occhiata: http://francoforte.wordpress.com/2012/09/13/trovare-lavoro-in-germania/

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