Coming (back) soon…

Tenevo a dire a tutti (tutti chi? bah) voi, che non sono scomparso… sono semplicemente fresco di laurea (chiamatemi pure “illustrissimo dottore“, non ve ne vorrò!) e quindi sono stato in Italia a fare bagordi.
Più grasso (non troppo, ma si sa, la gola è un vizio in cui ci si culla con piacere), provato (l’alcool anche è un mio altro, piacevole trastullo) e con un abbacinante ed incredibilmente spaventoso futuro pieno di “se“, “ma“, “forse” e qualche “porca eva” sono atterrato a Berlino solo ieri mattina e mi sto ancora riprendendo. Nei prossimi giorni tornerò su questi schermi.
Potrei trattare – alternativamente o tutti insieme – i seguenti temi: università (ancora, eddaje!), euroscetticismo, erasmus+. O, ancora, inventarmi qualcosa di nuovo. Vai a sapè che mi frulla in testa.
Intanto vi lascio con un reperto fotografico, la copia rilegata della mia tesi di laurea (ve ne fregava qualcosa? assolutamente no, però vabbè, fa scena!)
Prova finale per il corso di laurea triennale in scienze e tecnologie della comunicazione.

Andrea Betti: “L’omosessualità nella fiction televisiva. Un’analisi comparativa

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La grande bellezza … che amarezza!

Non so se qualcuno sia rimasto all’oscuro della notizia, ma pare proprio che l’Italia abbia vinto l’oscar con La Grande Bellezza (no, ve lo dico nel caso in cui abbiate passato gli ultimi giorni chiusi in cantina, perché eravate scesi un attimo a prende qualcosa e un colpo di vento v’ha chiuso la porta, lasciandovi senza cellulare né niente in un buio stanzino pieno di formaggi puzzolenti!). Si, avete capito bene… l’Oscar è stato dato all’Italia (non al regista, Sorrentino, proprio al nostro paese), almeno a giudicare dai commenti di giornalisti e amici su facebook (evidentemente hanno tutti avuto una parte nel film e non lo sapevo: vedi a vivere a Berlino, qui al massimo ti intervistano per un servizio sul TGvattelapesca dove rimontano le tue parole che pare che vivi come un pascià, lavorando 30 minuti al mese e spendendo 50 cent per una casa, tsk!).
Comunque, mia madre La grande bellezza ancora non l’ha visto (mi è sempre sul pezzo, aggiornatissima lei!) e prima di farlo mi ha chiesto un parere. Io l’ho messa in guardia, prima di tutto, su una cosa: dal dire in giro – nel caso in cui le dovesse far cagare – che effettivamente non le è piaciuto. Non sia mai, sciagura su di lei, su tutta la sua famiglia (quindi su di me!) e anche sulla signora che al mercato di Piazza San Giovanni di Dio le vende la lattuga!
Il fatto che sia stato insignito del premio oscar – per carità, traguardo importante e tutto… però voglio dire, non è che tutti i film che hanno vinto una statuetta siano dei capolavori, anzi(!) – rende La grande bellezza intoccabile… credo abbiano già avviato il processo di beatificazione per Sorrentino! Se provi a dire che il film ti pare sopravvalutato ecco che si alza il polverone e qualche tuo amico comincia a darti dell’ignorante, del radical-chic, ad incolparti di vilipendio verso il tricolore… manco je stessi a sparà sulla mamma inferma con un fucile da cecchino!
Allora io, invece, ve lo dico: secondo me La grande bellezza è una pellicola sopravvalutata. PUNTO. Per carità, la fotografia è spettacolare, però proprio perché sono romano credo che gli scorci della Città Eterna che vengono presentati ne La grande bellezza non facciano altro che veicolare un’immagine posticcia ed assolutamente irreale della mia città, oltre che dell’Italia tutta. Io ci sono anche abituato eh, però su, almeno i miei connazionali potrebbero evitare di fare come i tedeschi. Si perché loro, i germanici, quando dico che sono di Roma a volte fanno delle espressioni strane e sono arrivato a pensare che ritengano io abbia vissuto la mia infanzia alla corte dei Doria-Pamphili, però appunto… so tedeschi, c’hanno l’idea del viaggio in Italia di Goethe e credono che ci siano ancora i limoni che fioriscono (von krukken, i limoni l’avemo già raccolti da mo’, da un po’ abbiamo pure cominciato a infilasseli in quel posto, che la buon’anima de mi’ nonna diceva che aiutavano a strigne!)
Comunque, molti dicono che è una perfetta immagine della vuotezza del nostro paese, vera e realistica. Sinceramente? A me pare solo un nuovo prodotto di quella famosa pochezza, tutto fumo e niente arrosto. Poi per carità, il mio parere vale come il 2 di coppe quando a briscola regna spade, però visto e considerato che già quando dico che sono italiano qui mi tocca combattere con le idee naif del tedesco medio che immagina il Bel Paese come una sorta di Arcadia dove si suonano il mandolino e la siringa e Berlusconi pascola un branco di pecoroni, ecco magari avrei anche fatto a meno di dover pure subire la beffa del “ma lo dite anche voi che siete vuoti, belli ma vuoti”. Detto fra noi, io mi sarei sentito più rappresentato da un “bruttini, ma simpatici” (che è il sottotitolo della storia della mia vita, a volte ci tolgono pure la seconda parte e lasciano solo il “bruttino” eh!), piuttosto che da un inno alla fuffa (che sicuramente in Italia è presente, come in ogni dove, ma non me pare neanche il caso di farci sopra un film e per giunta andarne fieri!).
Poi vabbè, non commento neanche il discorso di ringraziamento di Sorrentino nel ricevere l’Oscar, che dice che sua fonte di ispirazione è stato Maradona. Maradona? Ma davvero? Cioè, senti Sorrentino… ora, per carità: hai fatto il film, a alcuni è piaciuto, hai avuto la statuetta dorata, La grande bellezza è ‘na roba tua, puoi dire quello che vuoi.
… Ma Maradona? Cioè… eccheccazzo ma perché dobbiamo sempre fare la figura dei cretini che sbavano dietro a un pallone? Non potevi ometterlo, pensarlo ma ometterlo? (Io, anche se non sembra, spesso ometto alcuni miei pensieri, non li lascio semplicemente fluire impunemente come sto facendo adesso). Guarda davvero, Paolè, avrei preferito un discorso pieno di aria fritta in cui ringraziavi le menti geniali che abbiamo avuto nello Stivale, pure ‘na roba peciona al massimo co’ Leonardo Da Vinci e Pirandello… ma un giocatore di calcio? Diciamolo subito allora che non se la volemo levà dalle palle l’immagine degli italiani cazzoni che abbiamo all’estero e finiamola così, dimo che la Merkel c’ha er culone e fine.
E comunque – non per dire nulla – ma secondo me ‘sto film ha vinto solo perchè agli americani je piace pensà che c’è qualcuno più minchione di loro (ed in merito vi segnalo anche un interessante articolo che ho letto ieri sera e che rispecchia esattamente il mio pensiero)
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Sanremo visto da Berlino

Chi mi segue su twitter (e quindi dal numero – esiguo – dei miei soliti lettori del blog eliminiamo quelli meno tecnologici: ne rimarrà solo uno!) sa perfettamente che io sono un fan del Festival di Sanremo. La cosa peggiore è che lo ammetto e ne vado pure fiero.
Per me Sanremo è un momento di puro patriottismo ed amore per l’Italia, ‘na roba di quelle che credo che la maggior parte della gente provi unicamente alle finali, vinte, dei mondiali o quando si ritrova in un paese straniero, disperso, senza sapere dove andare e si incontra un italiano che vive nel posto che li aiuta! (Per chi non lo sapesse io gioco a fare il buon samaritano qui a Berlino, come esco di casa o torno dall’aeroporto mi rimorchio sempre un paio di vecchi, du’ famigliole, 3 pischelli e do loro indicazioni. Una volta di ritorno da Schönefeld ero arrivato a un gruppo di 8 persone, sconosciute tra loro e sconosciute anche al sottoscritto, che mi seguivano. Na roba che manco le guide cinesi al Pergamon Museum!)
Comunque, dicevo: per me vedere Sanremo è una goduria! Mi imbambolo davanti alla TV (o al video in streaming sul computer) come Berlusconi davanti ad una classe di studentesse porche giapponesi o una velina davanti a un calciatore! La cosa peggiore di tutto questo è che non solo lo guardo, ma convinco tutti i miei amici a rincoglionirsi per 4 ore e mezza a casa mia o a leggere le mie cagate su twitter e facebook (l’anno scorso la mia migliore amica catalana ci era cascata, ma dopo manco un’ora ha ceduto e credo che non sia più la stessa da allora: sospetto abbia fatto riverniciare le pareti di casa perchè per un mese deve aver scritto, di notte, con le unghie sul muro “anna tatangelo anna tatangelo anna tatangelo”. Anche il mio capo tedesco al locale è un fan del Festival di Sanremo e della musica italiana quindi l’anno scorso comprendeva la mia sofferenza nel lavorare il giorno della finale, poi però mi ha detto che adora Milva e ciao; una comparsata – non così difficile in effetti considerando gli ospiti soliti – di Milva l’avrei pure potuta sopportare, ma cazzo magari guardare il festival con qualcuno che si gasava lì vicino no, mai!)
Mentre eseguo il mio rituale annuale di Sanremo, poi, io twitto. A più non posso, una roba che se si potesse votare per tweet piuttosto che per sms potrei far vincere addirittura un cantante decente, potrei stroncare sul nascere tutti quei maledetti che seguono i talent show e addirittura tutti i campani che evidentemente sono esenti dal pagare la bolletta del telefono e votano i loro cantanti neomelodici del ciufolo!
La gente su internet è spietata, non je ne fa passà una: una roba che davvero capisci perchè in Italia prima di uscire di casa le ragazze ce pensano 45 lustri a cosa mettersi, e qui invece vanno in giro anche con una coperta addosso stile “giorno_di_ciclo_non_esco_di_casa_manco_morta_ famme_er_tè
_amò_o_me_te_inculo_a_tempo_co_la_marcia_de_radetzky”. (giuro che una una simile fattispecie non è inventata, alla fermata dell’U1 di Warschauer Straße ho realmente visto una tipa andare in giro con una coperta addosso. No, non era un poncho, era ‘na coperta!)
Cioè gli italiani (io per primo) non te ne fanno passare una: quella è chiatta, quella è vecchia, quella è un cesso, quello è finocchio. L’unico su cui non hanno potuto dire nulla sull’aspetto è stato Renga, che da innumerevoli edizioni di Sanremo a questa parte rimane sempre un gran manzo e ricorda a tutti noi che Ambra dopo essere stata un’imbecille in pubertà, poi ha ricevuto l’illuminazione sulla via di Damasco ed è diventata la volpe più furba nel pollaio!
Comunque oggi Fazio ha molto carinamente salutato anche noi italiani all’estero (non so quanti siamo a guardare il festival, pero credo che in Germania un paio de altri imbecilli come me ci stanno, anche perché la TV tedesca fa dei programmi orrendi – ed è un piacere dirlo pagando il canone tedesco! – e visto che i film iniziano alle 20 – orario per me inumano – o li becco iniziati, oppure ci rinuncio proprio!) e poi ha avuto come ospite internazionale Paolo Nutini. Il cantante – figlio di un emigrato italiano, scozzese di nascita e nazionalità – ha esordito, prima di cantare due canzoni del suo repertorio, con una cover di Caruso, di Lucio Dalla.
Il popolo di twitter si è diviso tra chi lo ha osannato e chi invece gli ha consigliato di imparare l’italiano prima di andare a cantare a Sanremo (peraltro manco fosse sempre stato il sogno della vita sua, bah!).
Ora… io sinceramente ero quasi commosso da questa scelta di Fazio e della Direzione Artistica (che comunque con gli ospiti internazionali hanno dimostrato di avere buongusto e di non essere affatto banali: Cat Stevens, Rufus Wainwright, Damien Rice, Paolo Nutini e domani Stromae, al di là del fatto che il Festival fosse un mortorio quest’anno e le canzoni praticamente tutte da buttare nel cesso, senza manco aver prima tirato lo sciacquone!). Ho trovato molto interessante innanzitutto il fatto di aver invitato un artista giovane. (Ok conosciuto, ok che il suo genere piace anche o può piacere anche ad un pubblico più maturo – certo se invitavano Sven Väth la metà delle mummie in sala moriva sul colpo! – ma comunque Paolo Nutini è più giovane di credo il 99% degli artisti in gara e sicuramente ha 1/7 degli anni della metà della platea dell’Ariston). Ma poi quello che ho trovato veramente interessante è stato il fatto di averlo fatto iniziare, al Festival di Sanremo, tranquillamente, con una canzone che è veramente un pezzo indimenticabile della storia musicale italiana, proprio lui che – in qualche modo – è legato all’Italia, non solo nel nome ma anche nel sangue. Ho trovato bellissimi anche gli errori di pronuncia.
Non so, volevo dirlo, perché in fondo come italiano all’estero, che un po’ aborrisce alcune cose tipicamente italiane e dall’altra parte invece è fiero di molte altre, questo pensiero che è un po’ un richiamo a chi è nei miei panni (inteso non come persona fisica, ma comunque ai possibili futuri figli o nipoti, che potrebbero essere italiani di seconda o terza generazione nati e cresciuti all’estero, miei o di chi per me), mi è sembrato veramente bello. Davvero Grazie!
Basta, oggi solo questo. Niente dritte della mamma, niente aneddoti su mia nonna (ne avrei un paio su mia sorella, ma poi mia madre je racconta del blog, lei in un momento in cui non ha nulla da fare mi legge, si incazza. no no lassamo perde va!), niente robe strane. Unicamente un pensiero. In fondo la vita di un ragazzo a berlino è anche questa!
Vi lascio con un video di Nutini che canta Caruso ad un concerto a Milano.

P.S. Per chi fosse curioso: si, seguo pure l’Eurovision e lo rivendico con orgoglio! (cit.)
P.P.S. Si, ho paura anche io. Due post in meno di una settimana, credo che il Demone dell’Inadempienza (cit.2) mi punirà!
P.P.P.S. Comunque io tifo Arisa e Renga, no così, per dire!
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Assicurazione Sanitaria Tedesca – una settimana da incubo

Mi ero ripromesso che sarei tornato su questi lidi e oggi, guarda un po’, decido di farlo. Non che qualcuno ne sentisse la mancanza eh (oddio in realtà si, un paio di persone – ma proprio 2 – mi hanno chiesto di tornare a scrivere: è evidente che la gente al mondo si annoia!), però vabbè, io in fondo un po’ sentivo il bisogno di sparare un paio di stronzate gratuite, ché i tweets sul Festival di Sanremo non mi bastavano.
Oggi voglio parlarvi della mia crisi di panico dell’ultima settimana e mezzo, che mi ha portato quasi a girare come un peripatetico per Berlino nel tentativo di risolvere un problema che tutti gli stranieri in Germania ben conoscono, ma che io avevo nascosto sotto al tappeto da più di un anno: l’ assicurazione sanitaria tedesca.
Partiamo subito da alcuni presupposti, prima di raccontare la storia dall’origine:
1) Io sono l’uomo più sfigato del mondo, una roba a livelli tali che una volta stavo fuori dal cinema e credo che un pipistrello mi abbia cagato su un braccio, perché qualcosa mi ha lasciato sul bicipite un ricordino marrone grande come un dito;
2) Sono in grado di complicarmi la vita a livelli tali che in confronto un dialogo tra le ragazze Gilmore, mamma e figlia, sembra lo spelling della parola “abaco”.
Detto ciò, un paio di settimane fa il ragazzo con cui stavo uscendo decide di farsi sentire (succede a scadenze quasi bisettimanali, come le tavole di zerocalcare sul blog) per comunicarmi che, dulcis in fundo, aveva una piccola infezione che forse mi aveva trasmesso.
Ora, come tutti voi ben sapete quando questo accade ci sono due cose che la nostra mente, direttamente in pilota automatico, compie:
1) googlare il nome della malattia/infezione/sintomo e leggere di tutto sui peggio forum femminili in cui le donne parlano di robe veramente astruse che capita loro di vedere saltapicchiando da uno stelo all’altro come ninfe infoiate (ahò ma dove li rimediate ‘sti omini co’ tutte queste malattie, fate cruising a Lourdes?)
2) whatsappare al vostro amico medico/infermiere per farsi diagnosticare la gravità della cosa.
Ora, posto che il mio caso – fortunatamente – era una minchiata, decido di non tirare giù comunque tutti i santi del calendario e cerco di capire se ho effettivamente fatto tombola co’ sta roba, oppure se era un falso allarme (er 7 è uscito? Ma che uscito, sennò avevo vinto da mo’!)
Allora… il mio problema con le malattie – tutte, indifferentemente – è il seguente: sono ipocondriaco, odio andare dal dottore (mi vergogno come un ladro, nemmeno dovessi confessare ogni volta che sono lì perché mi si è incastrata una lampadina nel sedere e non che ho un semplice raffreddore!) e non ho l’ assicurazione sanitaria tedesca.
Ora, per chi non lo sapesse, io nel mio blog tentavo, tra una minchiata e l’altra, un tempo, di dare informazioni utili a chi volesse conoscere un po’ la vita di un italiano a Berlino. Quest’oggi tocca la lezioncina sulla Krankenversicherung (l’assicurazione sanitaria tedesca, appunto. Per maggiori info vi riporto un post più serio e seriamente utile sulla krankenkasse).
L’ Assicurazione Sanitaria Tedesca costa uno sproposito (per carità, è vero che vai dal medico e dallo specialista e i massaggi e lo yoga e una cifra di robe non le paghi, però l’anno che invece – ringraziando Asculapio, sempre sia lodato – sei stato sano come un pesce, hai pagato una tombola e ciao!), una roba come 150E al mese (ma comunque dipende dal reddito, in realtà non so bene perché metà la paga il datore di lavoro, l’altra metà dipende da quanto guadagni e i figli e boh, tanto io guadagno una miseria, non ho figli ed il mio contratto di lavoro non prevede questa clausola, quindi ciccia).
Tutti coloro che vivono in Germania sono tenuti ad averla (ed a pagare!), anche quelli già in possesso della Carta Sanitaria Europea (insomma quella che tutti noi in Italia tiriamo fuori unicamente per comprare le sigarette al distributore) se risiedono in Germania (hanno fatto l’Anmeldung) da più di 3 mesi. Ora voi direte: E tu dopo 3 anni e passa perché non ce l’hai? Eh, eh eh… perchè praticamente in un momento di ristrettezze economiche ho scoperto la piccola clausola legislativa (sconosciuta pure a quelli della Krankenversicherung, che daje che mi dicevano al telefono “lei non capisce perchè è straniero” e alla fine m’hanno mandato a casa una lettera con scritto “lei aveva ragione”… ho provveduto a incorniciare la su detta lettera perché credo che sia la prima volta che un tedesco dia ragione ad un italiano nella storia di tutto l’Occidente!)… dicevo, ho scoperto la piccola clausola legislativa per cui SE sei cittadino europeo e SE hai un’ ass. privata del tuo paese (quindi non quella nazionale delle sigarette!) che vale anche all’estero, allora non sei obbligato a farti quella tedesca, NEL CASO IN CUI tu abbia solo un contratto di lavoro da Mini-job (massimo 450E al mese). Capite bene anche voi perchè il gioco da tavola Carcassone sia made in germany!
Ecco, praticamente questa era la mia situazione, quindi io ho evitato ‘sta mazzata dell’ Assicurazione Sanitaria Tedesca per un anno e passa e, stoico, non sono andato dal medico manco quanno c’avevo 39 di febbre (perché è vero che ha valore, ma io l’espressione dei medici berlinesi quando je spieghi tutta ‘sta manfrina qui e loro non sanno a che santo votarsi per fare le loro cose al computer e fasse pagà da qualcuno io l’avevo vista solo a mia madre il giorno che mi presentai coi capelli biondo platino alla cerimonia di non so che di mia sorella carabiniere!)
Bene, a parte ‘sto giro, niente… decido di andare dal medico e… Überraschung! (trad. “sorpresa”), non mi ero accorto che la mia ass. fosse scaduta il 31 Dicembre. Panico. E mo’ che faccio? Chiamo mio padre:
Ma, ehm scusa la polizza assicurativa che tu paghi per entrambi secondo un non ben chiaro contratto non scritto tra noi con cui io ti ho inculato ormai anni or sono?
Al che la risposta di mio padre, candido e ingenuo come Bambie all’apertura della stagione di caccia:
Mmmm credo che… a mio parere… beh insomma avrebbe senso dire che…. anche se non hai alcun foglio che attesti che sei assicurato, neppure in italiano, né in dialetto milanese, beh secondo me se dici al medico tedesco che de ‘ste robe non sa nulla, già ti odia perchè non gli hai portato la sua rassicurante tesserina sanitaria tedesca, che non ti conosce (d’altronde hai evitato tutti i medici per più di un anno solare!) io credo che lo capisce. Tu spiegaglielo!
Ora, a parte il fatto che io di fronte ai medici mi inebetisco anche se devo parlare Italiano e rispondo “si” a tutto perché mi mettono in soggezione (le fa male la testa? Si. Ha mai fatto sesso con un dragorugoso di norvegia? Si. Ma allora si è inventato tutto, non è vero che vomita da 7 giorni come se fosse a una settimana dalla notte degli oscar e dovesse perdere 2 Kg per entrare nel vestito da sera? Si.) di fronte a quelli tedeschi non ne parliamo, perdo proprio la capacità di salivare e mi si secca la lingua nemmeno avessi mandato giù una bottiglia di sabbia!
Ok, l’alternativa millantata da mio padre è evidentemente una non-alternativa. Non resta altro che dire addio a quel comodo compromesso con colui che mi mise al mondo e compiere il grande passo: tornare all’ assicurazione sanitaria tedesca e spendere ‘sti 150 pippi mensili (che possono essere dimezzati se riesco a convincerli che sono iscritto ad un’università in Italia, cosa peraltro vera perché essere fuoricorso è uno stile di vita!).
Armato di buona volontà vado alla sede della mia vecchia Krankenversicherung: sono le 17 e questa chiude alle 18 dopo aver atteso una ventina di minuti una ragazzina che avrà forse finito ieri la materna mi sorride – sembra uno scoiattolo! – e mi fa segno di accomodarmi come suo ultimo cliente di una giornata lavorativa presumibilmente iniziata alle ore 9 A.M.
Comincio la mia cantilena: ero già cliente, ho smesso. sono straniero e sono studente, vivo in germania ma studio in italia. devo fare delle analisi, non dico urgentissime, ma se non me le fate abbinare al controllo prostatico che fanno i vecchi magari è meglio. si la mia ass. sanitaria era privata, ma è italiana non tedesca (in Germania se sei passato da una statale ad una privata non puoi più tornare indietro, è come il ponte dei film di Indiana Jones che si disfà sotto i tuoi piedi appena l’hai sorpassato).
Sono certo di aver visto la morte negli occhi della scoiattolina assicurativa! Quando ha sentito il mio accento italiano li aveva già spalancati, temendo che non ci saremmo mai capiti neanche ricorrendo al gioco dei mimi o pictionary (alla fine invece m’ha fatto pure i complimenti per il tedesco: a parte che sei bugiarda, ma cavolo, sto qui da prima che tu nascessi, almeno con un discorso soggetto – predicato – complemento je la posso fa, poi lassa perde che ho sbagliato un paio de preposizioni qui e lì e che pe’ sicurezza prima di entrare me so dato ‘na ripassata al dizionario che manco alle versioni di greco a scuola credo d’aver letto tanto rapidamente i bigliettini che ci passavamo!). Comunque, la tipa malgrado un enorme sforzo non riesce a darmi una certezza che sia una ed alla fine decide che si, forse si può fare, che mi arriverà una lettera a casa con l’accettazione e il bonifico, se tutto è in ordine io pago, quindi je mando una fotina mia bella e loro mi mandano la tesserina nuova (io gli ho fatto vedere la collezione che avevo di tutte quelle loro vecchie, lei mi si è un pelo agitata e mi ha ritirato tutto, come faceva la maestra a scuola quando mi beccava con le figurine, vabbè!)
Toccava riesumà la strategia di mio padre o quella sempreverde dell’italiano gnorri che va con la tessera del tabacchino e sfodera una faccia come il culo che la metà basta. Eddaje!
Cerco uno specialista italiano, sperando che il cameratismo ed il patriottismo mi aiutino a risolvere il problema. Non ce ne sono a Berlino. Ok, va bene, proviamo a bussare alla porta dei cugini: cerchiamo lo specialista spagnolo (tanto ormai la mia migliore amica catalana è a un passo dal piangere ascoltando l’inno di mameli, io faccio una tortilla da paura, diciamo che se pò fa!). Lo specialista spagnolo ha lo studio in un posto che ad occhio e croce è ubicato tra il Villaggio dei Puffi e La Barriera ghiacciata del Trono di Spade: della serie, vabbè, se devo arrivare così lontano vado direttamente a fare il Cammino di Santiago e spero nella grazia divina!
Ripiego su uno specialista segnalatomi dal mio dottore generico, che si premura di dirmi che il tipo parla inglese (o turco). Ma tu guarda te se uno riesce a spiccicà du’ parole de tedesco in questa città. tra l’altro io odio parlare inglese e di termini medici so veramente 0. Vabbè. Niente, vado e la segretaria mi dice, chiaro e tondo “appuntamento tra tre settimane oppure vai da un’altro!” Cioè, cavolo, e menomale che avevo solo il sospetto di una piccola infezione, perché se mi stava cascando l’uccello era meglio che cominciassi a pensare a che gonna indossare!
Niente. L’angoscia del medico diviene crescente, quella di fare buchi nell’acqua attendendo le calende greche (senza manco poter “uscire col tipo”, peraltro) in attesa di un appuntamento in cui magari il dottore mi dirà che senza l’ assicurazione sanitaria tedesca mi attacco riccamente ha praticamente raggiunto livelli spaziali. Decido di dare fondo a tutta la mia cultura televisiva e di fare ciò che farebbe un qualsiasi personaggio di Queer as Folk: rivolgermi agli ambulatori delle associazioni LGBT che effettuano test di ogni tipo in maniera anonima (ed evidentemente senza chiedere la tessera sanitaria!).
Comincio la ricerca: ci sono centri per lesbiche, per uomini, centri che aprono solo il pomeriggio, altri unicamente la mattina, alcuni hanno giorni riservati agli studenti, altri ai disoccupati, altri a chi ha già malattie veneree (non ho capito, si rifanno gli stessi test per sicurezza, come quelli che al lotto giocano sempre gli stessi numeri “tanto prima o poi escono”? Boh!). Ad una ricerca più approfondita sono convinto che ne avrei trovati alcuni riservati ai bears (d’altronde capisco anche che se si beccano loro le piattole sono cavoli!). Alla fine, oggi (visto che ho aspettato la letterina dell’ assicurazione sanitaria tedesca per una settimana, ma non è arrivato nulla!) riesco a trovare un centro, non lontano da casa, che effettua anche il test che serve a me (la maggior parte offrono unicamente i test per le malattie più gravi, non è che stanno lì ad accogliere tutte le drag a cui si è spezzata un’unghia, in questo caso mi infilo nella categoria!)
Posso dirlo? Un sogno. A un certo punto pensavo di essere davvero in una puntata di Queer As Folk. Nel quartiere gay di Berlino, Schöneberg, c’è questo centro (http://www.mann-o-meter.de/) gestito da volontari (da quello che ho visto, non so se forse i medici sono pagati, sinceramente non ho letto tutto il sito!). Il signore all’ingresso è molto disponibile e mi dice che a partire dalle 18 si fanno tutti i test che voglio, peraltro alla modica cifra di 25 euro totali (io ero già pronto col machete per tagliarmi le vene all’idea di quanto mi sarebbe costato questo scherzetto!).
Ok, alle 18 in punto sono lì. L’atmosfera è veramente rilassata: sui divani di fronte al bar interno c’è un gruppo di ragazzi che sta partecipando ad una delle molte riunioni che vengono organizzate dal Centro. Io faccio la fila per compilare il questionario anonimo, subito dietro ad una coppia, anche questa formata da stranieri. Tutti i moduli sono disponibili sia in inglese che in tedesco. Il signore che mi spiega tutta la procedura mi suggerisce a quel punto un check-up completo, tanto rientra nel prezzo. E vabbè, io sono sicuro, ma appunto, farmi prelevare anche un po’ di sangue non mi ucciderà, va bene, we have a deal. (Peraltro io sono la copia sputata di mia nonna: se mi dici all-inclusive io mi faccio tutto, pure una visita ginecologica a gambe aperte, figuratevi che lei a Pasqua mi inseguiva a messa per dirmi “fai la comunione oggi, che c’è il pane vero, mica l’ostia!“)
Dopo 2 ore (la mia coinquilina mi aveva accompagnato e credo si sia messa a rantolare aspettandomi, era l’unica donna!), un’amabile chiacchierata sulle malattie sessualmente trasmissibili con un gioviale “esperto” che sinceramente è riuscito anche a dirmi un paio di cose che io non conoscessi già, sono fuori. I risultati che mi interessano saranno pronti tra una settimana, chiamo, dico il codice che mi hanno dato e tschüssi. Nel frattempo mi hanno già comunicato che non ho né l’HIV, né la Sifilide. Io in realtà c’avrei messo la mano sul fuoco perché faccio sempre sesso protetto (quelle rare volte che capita di battere chiodo!), però ovviamente c’è quel momento della verità in cui ti stanno per leggere i risultati che davvero avresti voglia di dire “no guarda Maria, chiudi la busta e basta, ciao, non mi interessa saperlo più!”. Peraltro figuratevi con un tedesco: loro hanno la capacità di non muovere manco un muscolo facciale quando parlano che fa davvero paura (oggi in metropolitana ne avevo uno davanti che parlava al cellulare e ve lo giuro sembrava un ventriloquo!), in più io soffro la sindrome dell’immigrato decerebrato: anche se capisco tutto ho sempre il dubbio di aver capito fischi per fiaschi, però mi vergogno a chiedere di ripetere (avrà detto che sua madre è di francoforte oppure che le piace il panforte? Ma cioè… negativo vuol dire che il test è negativo, oppure ha detto negativo per dire positivo? Ma è possibile che magari mi fa gli scherzetti? Oddio non si scherza su queste cose, ma vai a sapere, questi la domenica sera si riuniscono in religioso silenzio a guardare la mitica Krimiserie in TV, una fiction poliziesca che tiene incollate famiglie di tedeschi ormai da anni, che ne sai.. è evidente che so’ strani!).
No vabbè, tutto questo post era per dire che:
a – sono tornato (forse)
b – ci sono questi centri a Berlino (anche a Roma eh, non voglio spalare sterco sul Bel Paese) che sono veramente fantastici
c – l’ assicurazione sanitaria tedesca è il mio incubo.
[ Per chi si fosse preoccupato: non ho nessuna strana malattia e non morirò presto… oddio non si sa mai, ma comunque nel caso le due cose non sarebbero correlate! ]
Comunque ben ritrovati!
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Let it snow!

Mini-aggiornamento fotografico solo per dire che a Berlino, incredibile eh (?), nevica!
Ed oggi i bimbi tedeschi aspettano Nikolaus, quale migliore atmosfera?

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Case a Berlino: consigli su come trovare una stanza!

Ancora silenzio, questo blog comincia a pesare come un lavoro, quasi più della mia tesi di laurea mai iniziata e che forse non vedrà più la luce. Mi ero ripromesso di postare ancora, ma una serie di sfortunati eventi (l’amore, ah l’amore; il tempo libero, sempre troppo per essere utilizzato in maniera proficua; la perdita della password di wordpress, e qui non abbiamo commenti) mi hanno tenuto lontano dai miei fedeli lettori (il sarcasmo sottile non deve mai mancare nella vita, come una spruzzata di pepe bianco sulle verdure. che è la morte sua, diceva mia nonna).
Nell’ultimo post sull’Istruzione in terra teutonica mi ero ripromesso di continuare il discorso presto/prestissimo… d’altro canto avevo anche spergiurato ai miei che mi sarei laureato l’anno scorso. Chi può veramente dire cosa succederà nel nostro futuro?! Io no, considerato che non sono neanche certo di cosa mi accada nell’immediato presente.
Il post di oggi, malgrado le promesse fatte, tratterà di nuovo, come da titolo, della ricerca di case a berlino. Il motivo è molto semplice: moltissimi di voi mi hanno scritto in privato, disperati, in cerca di dritte per trovare un letto nella Hauptstadt (oltre che per farmi i complimenti per il blog, maledetti bugiardi!)
Ecco alcuni consigli che mi vengono in mente per tutti coloro che stanno cercando case a Berlino o stanze, ma purtroppo sono scoraggiati e continuano a refreshare la pagina di WG-Gesucht (metto nuovamente il link) con uno sguardo di disperazione e speranza, come le monache che attendono di ricevere l’eucarestia alla messa delle 9 del mattino.
Ringrazio la mia lettrice Ilenia ed il caro Gerard (entrambi ancora in cerca!) per gli ottimi spunti di riflessione che mi hanno consentito di stilare questo elenco.

Vademecum per creare la giusta lettera di presentazione.
Mission Impossible: Trovare case a Berlino!

1) Moltissimi annunci di case a Berlino richiedono una descrizione di voi. Scrivete email complete, ma che non siano troppo lunghe o pesanti, raccontando dettagli superflui. Molte persone controllano la casella postale tramite il telefono, durante le lezioni in università o in ufficio, quindi non hanno né il tempo, né la voglia di mettersi lì a leggere un ebook sulla vostra vita.
2) Non siate impostati, ma mantenete un tono informale. In generale è naturale voler trasmettere una certa credibilità che, in qualche modo, vi differenzi dal prototipo dell’italiano X senza arte né parte che viene in Germania cercando l’albero della cuccagna, però non dovete neanche spaventare i poveri teutonici. Non intimiditeli. I berlinesi, rispetto ai tedeschi di altre città ed a ciò che noi percepiamo dall’Italia, non fanno un’emerita mazza dalla mattina alla sera (prendete questa frase con le pinze eh: molti sono studenti universitari che non stanno proprio a lavorare nelle miniere di sale, altri sono rampolli europei parcheggiati qui in attesa che cambi il vento come la tizia di Chocolat, altri lavorano, certo, ma sono ben lontani dal famigerato Stachanov!)… se si mettono a fare il confronto con plurilaureati seriosi, come voi descrivete di essere, si sentono dei cretini e voi ci perdete, perché alla fine sono loro che scelgono il coinquilino e voi rimanete con un palmo di mosche e ciao ciao case a Berlino!
3) Se vivete sotto il tetto di mamma e papà sorvolate su questo fatto: i teutonici escono di casa a 17 anni spaccati (come Cenerentola che aveva il coprifuoco allo scoccare della mezzanotte, scarpetta più scarpetta meno!). Gli fa strano l’idea di stare con i loro vecchi fino alle calende greche. Se dite di vivere con la vostra famiglia vi date la zappa sui piedi perché lasciate intendere di non avere l’importantissima WG-Erfahrung (esperienza in case condivise!). Ovviamente noi sappiamo perfettamente che in Italia per lasciare il nido o hai botta di culo, o hai i soldi che ti escono dal culo, oppure ti fai un culo esagerato – in tutti i casi la parola con la c è fondamentale! – ma tanto loro non ci arrivano a questa cosa, quindi è inutile che tentiate di spiegargliela. È come la differenza tra tutti i tipi di passato che abbiamo in Italiano e che il Tedesco non ha. Gliela puoi disegnare con le matite colorate, ma loro comunque non ci arrivano. Amen!
4) Se avete già un contratto di lavoro firmato ed è questa la ragione che vi porta a cercare case a Berlino, questo è sicuramente un punto a vostro favore che non dovete dimenticare di menzionare. Se si tratta solo di un tirocinio non è importante che scriviate che è tale, né il tempo esatto del contratto. Siate furbi e vaghi (ho imparato, a mie spese, da alcuni uomini che essere vaghi è molto diverso dal mentire!), perché in fondo voi sapete benissimo (o vi augurate!) di non avere problemi a pagare l’affitto, quindi non importa che i vostri futuri coinquilini si facciano venire dubbi in merito (sarà un tirocinio pagato? Se si, il suo stipendio gli permetterà di camparsi?)
5) In Germania, come in Italia, si paga di mese in mese e non a settimane come nei paesi anglosassoni, dunque non ha senso chiederlo. Comunque, in generale, se cercate case a Berlino non parlate di soldi (metodo di pagamento, eventuale abbassamento dell’affitto o della cauzione, etc.) nella vostra mail di presentazione: più ne parlate, più se ne preoccupano. Sorvolate… quelle sono cose che si possono discutere, se escono fuori, in sede di colloquio a voce/skype. Ricordate che il vostro scopo non è unico, ma triplice (come la Santissima Trinità). Voi dovete conseguire, nell’ordine: una risposta alla mail, un appuntamento per un colloquio, delle stanze / case a Berlino. Non affrettate i tempi, ogni cosa va fatta al momento giusto!
6) Puntate sul lato umano e sul fatto che siete degli ottimi (insuperabili) Mitbewohner (coinquilini!). Moltissimi annunci riportano la scritta “keine Zweck-WG” che significa, in soldoni, “non vogliamo gente che se ne sta chiusa in camera sua e ci ignora“. La verità è che poi nel 99% dei casi sono loro i primi a comportarsi così, però non gli piace che li si bolli come orsi solitari (d’altro canto se l’orso è il simbolo della città ci sarà un motivo, no?). Funziona un po’ come gli omofobi nella politica italiana, che sanno benissimo di essere degli intolleranti bigotti, ma comunque non mancano mai di dire “ho molti amici frou frou“! In ogni caso voi dovete sottolineare che siete dei tipi molto aperti e vi piace stare con la gente (guardare film assieme, cucinare, bere una birra nel week-end, spulciarvi in gruppo come fanno i macachi del borneo etc), ma che sapete anche ritagliarvi i vostri spazi e non soffrite di solitudine o sindrome dell’abbandono se vi lasciano da soli in camera come il Gobbo di Notre Dame o un cane la notte di capodanno. Il vecchio e collaudato “un colpo al cerchio ed uno alla botte“, insomma!
7) Considerate che una mail in inglese già vi toglie molte possibilità… il discorso è sempre lo stesso: ai tedeschi piace dire che sanno l’inglese, ma poi molti si scocciano a parlarlo tra le mura domestiche o a sforzarsi di leggere dal cellulare (vedi sopra) una mail in un’altra lingua (che è un po’ quello che da vent’anni tento di spiegare a mia madre: “si mamma, mi piace la pancetta, ma non vuol dire che ogni volta che torno a Roma e sto due giorni da te io debba mangiare solo quella!”). Visto che ovviamente non si può apprendere il tedesco in un batter d’occhio, stile Trinity di Matrix che impara a pilotare un elicottero da guerra in 2 nanosecondi, il mio consiglio è di farvi tradurre da qualcuno in lingua la cover letter (dove ovviamente specificate che non parlate crucchese e che qualcuno ve l’ha tradotta!) e di inserire che tra i vostri buoni propositi (che non dovranno fare la fine di quelli per il nuovo anno, che durano fino alla Befana) c’è ovviamente quello di apprendere die Deutsche Sprache. Questo è importante non solo perché dimostrate di apprezzare la loro amatissima lingua (non mi ricordo dove, ma lessi che il DUDEN, ovvero il più famoso dizionario della lingua tedesca, è entrato anche nella lista dei best-sellers germanici, figuratevi un po’!), ma anche e soprattutto perché segnalate sin da subito di volervi integrare.
8) L’ultimo rientra nei consigli della nonna, assieme a quello di non prendere caramelle dagli sconosciuti (in special modo se siete al Berghain, perché quelle che vi offrono al 99% non sono caramelle veramente!) e a non parlare con chi non conoscete (e qui se siete stranieri che capiscono 0 di crucchese già ve la cavate benissimo da soli!). Occhio ai fake, ai furfanti, alle sole… insomma a quelli che vi vogliono rifilare la fregatura. Negli anni si sono moltiplicati e contattano ragazzi italiani e spagnoli – zoccolo duro della categoria debole di “coloro che non sanno un cavolo di tedesco, in inglese si difendono come La Bella Addormentata nel Bosco in una foresta di arcolai, e sono così disperati che venderebbero l’anima al Diavolo pur di avere un materasso dove dormire” – dandogli il loro skype. Riconoscere un fake è spesso semplice, ma alle volte questi sono furbi ed insidiosi come l’incrocio transgenico tra la Volpe di Pinocchio e la vostra ragazza in una svendita di intimo per signore. Non importa quanti documenti d’identità scansionati vi inviino e quante storie di famiglie all’estero possano inventarsi: non pagate mai nulla finché non avete firmato un contratto, conosciuto la persona, visto la stanza e sopra ogni cosa ottenuto in mano le chiavi (e verificatone il corretto funzionamento).
8 bis) Se avete amici o parenti credenti fate loro accendere un cero a qualche santo (io ho la madre della mia migliore amica che, tra i miei bisogni e quelli della figlia, credo sia stata già segnalata ai pompieri catalani come possibile piromane, visto il numero di candele che ha acceso nel santuario della madonna di Balaguer!)
Un saluto e buona ricerca a tutti!
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OFF Topic, aggiornamenti dell’ultimo minuto sulla mia vita (leggere solo se interessati o particolarmente ficcanaso!)
Ho trovato un nuovo lavoro. Sono passato dalle meraviglie della scrittura online e del SEO a conturbanti danze dei sette veli in un night-club. Per chi stesse cercando di immaginarmisi alle prese con trasparenti fazzoletti, intento a dimenarmi come un’anguilla su di un cubo, dico subito che non è così (i teutonici non saranno famosi per il loro senso estetico, ma non si sono spinti ancora oltre il confine del buongusto contrattandomi come go-go dancer). In compenso il sottoscritto, 54 Kg di peso e le braccine da spaventapasseri, è Runner saltuario (leggasi Mini-Job) in quel dello SchwuZ Club. Praticamente trascorro le serate a strappare bottiglie vuote dalle mani di giovani (e meno giovani) omosessuali ubriachi, mentre alcuni di loro (ovviamente quelli che hanno già passato gli -anta) mi guardano con sguardi carichi di lussuria. Alla fine ci sta. Ho molto tempo libero (sempre troppo!), la paga è buona ed io posso risparmiare sulla palestra (non sapete quanto diavolo possono pesare le casse di Becks da 25!), ma non sulla fisioterapia (i famosi guadagni di maria cazzetti, di cui mia madre va blaterando da anni!).
A tempo perso ho iniziato a scrivere un libro che parla di… Berlino e gioventù (non sono certo di essere ferrato in nessuno dei due ambiti, eppure cavolo sono arrivato qui nel 2010 ed ancora devo compiere 24 anni!). La mia correttrice di bozze di fiducia si augura che non mi perda per strada come con l’Università e con questo Blog. Ah, queste giovani piene di speranze!
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Università italiana vs. università straniera – Capitolo 1

Die Hexe ist wieder da!
Sono tornato, non solo tra le pagine di questo mio piccolo spazio online, ma soprattutto in quel di Berlino. No, non me ne ero andato con la coda tra le gambe, ma avevo semplicemente usato i miei ultimi giorni di ferie per tentare il colpaccio e divenire – endlich(!) – un laureando dell’ università italiana! E tante care cose alle vacanze, saltate anche per quest’anno!
Ciò che conta – come mi hanno detto tutti negli ultimi giorni, maledetti ipocriti bugiardi(!)– è aver passato l’esame, visto e considerato che il voto racimolato non è proprio di quelli che renderebbero orgogliosi i genitori: è stato compiuto un altro piccolo passo verso il taglio dell’unico cordone ombelicale che mi tiene attaccato al Bel Paese.
Ma la forza delle persone sta nel cogliere il buono nelle piccole cose, sì che anche un pidocchioso ed immeritato 19 possa trasformarsi in materiale per tentare di resuscitare questo mio spazio online. Potevo non cogliere allora un’occasione così ghiotta per paragonare il sistema universitario tedesco e la cara e deprecata università italiana? Domande retoriche a parte, eccomi qua!
In Italia siamo bravi in molte cose, ma quella in cui siamo veramente dei fenomeni – oltre che nel rimorchiare con un sorriso le straniere che si fingono ingenue pulzelle in balia del macho italiano – è buttarci giù: qualsiasi sia l’argomento di discussione il connazionale medio concluderà il discorso lamentandosi per la situazione del suo paese, facendo un paragone con l’estero (solitamente con gli USA, visti come il mondo perfetto in ottemperanza all’ormai pleonastico mito americano, ma anche con Mamma Germania!) e poi facendo spallucce – che, badate, è la parte più importante del discorso – concludendo la riflessione con un “vabbé, ma d’altronde è l’Italia!”, come se la conformazione dello Stivale non permettesse per ragioni fisiche e lapalissiane di fare altrimenti!
Tra gli argomenti più gettonati c’è ovviamente il sistema scolastico/universitario, un po’ perché parlare di lavori e stipendi sarebbe come sparare sulla croce rossa, un po’ perché in fin dei conti si può dire tutto ed il contrario di tutto e l’italiano tipo ha una conoscenza del metodo di studio all’estero che è pari alla mia preparazione in ingegneria meccanica (ed io sono convinto che le auto si muovano grazie a criceti che corrono su ruote e che la benzina serva loro per farli andare su di giri sniffandola!).
Ora… io non mi reputo uno dei massimi esperti di nulla, benché meno di Istruzione, ma avendo studiato per un anno alla Humboldt Universität zu Berlin ed essendo laureando (mi piace ribadirlo, giuda ballerino!) a La Sapienza di Roma diciamo pure che un paio di cosette in 4 anni le ho più o meno capite, sia sull’ università italiana che su quella transalpina.
Il problema di fondo, io credo fermamente, risiede nel fatto che tutti in Italia ritengono il modello tedesco sempre il migliore, anche perché tra l’altro è molto simile a quello anglo-americano, in cui i nomi di Oxford ed Harvard spiccano come fiori all’occhiello ed indiscussi centri del Sapere; roba che la stessa Minerva, se fosse una studentessa, non potrebbe fare altro che inginocchiarsi di fronte a sì tanto scibile! Tutte le classifiche degli atenei mondiali mettono i centri di studio anglo-americani al primo posto e noi non possiamo fare altro che prendere per oro colato quanto leggiamo, senza farci mettere la pulce nell’orecchio dal fatto che a scrivere questi studi sono proprio loro, gli americani e gli inglesi, che per ovvie ragioni hanno tutto l’interesse a tirare acqua al proprio mulino (d’altro canto se io dovessi spendere una vagonata di denaro per mandare mio figlio a studiare vorrei che la scelta ricadesse, almeno sulla carta, sul migliore ateneo possibile, ché mi pare chiaro che buttare soldi per la mediocrità o il peggio che passa il mercato non sia tra le cose più furbe del mondo!).
Quello che però queste classifiche omettono di specificare, relegando l’ università italiana troppo spesso all’ultimo posto ed alimentando il dibattito a tavola con gli amici, è che la differenza nel modo di strutturare la didattica tra sistema italiano e sistema anglo-sassone (e ci aggiungo anche quello tedesco) è abissale, un po’ come lo è la cucina giapponese da quella francese!

L’ università italiana aka il Caos!

L’ università italiana – e La Sapienza di Roma in primis – è un caos: una miriade di giovani si incontrano nei corridoi e si arrabattano per capirne il funzionamento, si laureano in ritardo e prendono fior fior di magistrali senza realmente capire a quale santo si siano votati per riuscire a venire a capo della nostra burocrazia, delle segreterie e di tutte le mille e uno peripezie che devono passare – è un po’ il principio delle Fatiche di Eracle – per riuscire a prendersi un benedetto pezzo di carta.
Al contrario il sistema tedesco – e parlo di questo perché l’ho vissuto in prima persona, ma da quel che ho capito tramite amici che sono stati oltremanica quella inglese è assimilabile – è perfettamente strutturato ed organizzato (poteva essere altrimenti?) – una forza che spinge gli studenti a laurearsi, si adatta ai loro orari ed ai loro bisogni e fa in modo che questi possano studiare, ma al contempo vivere la propria vita di giovani e futuri portatori di sapere.
A vederla così appare chiaro quale tra le due opzioni bisognerebbe scegliere ma, come si suol dire, non è tutto oro quello che luccica!
Se è vero che l’ università italiana è pressoché invivibile ed ingestibile – costringendo i ragazzi a dimenticare le ferie (non vi è in effetti alcun periodo dell’anno in cui uno studente sia realmente al riparo da un esame, ma vi è sempre un appello o un periodo di lezioni che gli grava sul groppone, benché poi molti di noi rinuncino a prepararsi bene o a lavori/stage pur di tirare un attimo il fiato) – io l’ho sempre vista come una palestra di vita. Nel mondo del lavoro e nel corso della nostra esistenza poche volte – soprattutto di questi tempi – troveremo le cose perfettamente organizzate, gestibili e che ci calzino a pennello. Laurearsi a La Sapienza di Roma significa letteralmente imparare questo: riuscire a coniugare i propri interessi, i propri bisogni e la propria vita con degli orari delle lezioni spesso e volentieri assurdi, in aule lontanissime l’una dall’altra, convivendo con la congestione tipica delle strade di Roma, con segreterie che sono aperte ad orari inumani e con una burocrazia da far schifo. Riuscire a laurearsi a La Sapienza vi rende in grado di affrontare una qualsiasi sfida di sopravvivenza: se siete riusciti a discutere la tesi in quel di Piazzale Aldo Moro potete scalare l’Everest con i tacchi a spillo, state tranquilli!
Al contrario la Humboldt-Universität è una passeggiata in bici, pure in discesa: prenotarsi al Seminar che vi interessa è facile e basta un click, il professore vi dà il suo numero di telefono e la sua mail e – incredibile(!) – non manca mai di rispondervi (a onor del vero la mia tutor di tesi in Italia in questo è impeccabile, sono io che non ho capito perché perdo ogni volta le sue mail nella posta!). Oltre a questo le date degli esami escono con tipo quattro mesi di anticipo, in modo che chiunque, anche il più disorganizzato degli studenti (e qui non parlo dei crucchi ovviamente, ma dei tipi come me che purtroppo non sono in grado di pianificarsi una giornata o di seguire il proprio unico blog personale!) possa riuscire a tracciare un piano di studio. Oltre a questo le bellissime Semesterferien lasciano ai ragazzi qualcosa come due mesi di totale stacco dalla didattica: no esami, niente di niente. Solo voi, i vostri fottutissimi cazzi da sbrigare e la vita! Capite bene che uno inizia il semestre successivo con un mood che non ha nulla a che spartire con quello del ragazzetto italiano che si è portato i libri al mare o che molto più probabilmente ha deciso di partire una settimana senza niente che gli ricordasse le lezioni, ma con un carico di incubi notturni sull’appello di settembre che gli è costato 1/3 della chioma, oramai sparsa sul cuscino come il pelo di un gatto affetto da rogna! Certo tutto questo è bellissimo ed in effetti gli studenti tedeschi si permettono viaggi intercontinentali e vacanze che farebbero sbavare i nostri connazionali come il cane di Pavlov al suono del campanello… ma, quanti di questi giovani virgulti teutonici sarebbero poi in grado di vivere in un Mondo di Tenebra (cit by WhiteWolf), caotico ed oscuro, come quello che caratterizza l’epoca post-moderna in cui ci troviamo? Pochi, ve lo dico io!
L’unica nota dolente della “disorganizzazione buona” de La Sapienza è che a volte questa degeneri veramente in un qualcosa di macchiettistico e patetico, che spinge anche una persona pacata e tranquilla come me (scusate, qui avevo inserito la modalità “ironia”) a sbraitare al telefono in quel di Piazza Venezia contro tutti gli italiani. Ma cosa può essermi accaduto da aver quasi rimpianto la Germania nei miei unici 4 giorni in Italia, dove il sole (alternata alla pioggia, ché Fantozzi è in me!) baciava dolcemente la mia pelle resa d’alabastro dal tempo berlinese? Semplice ho fatto 6 ore di attesa per dare un esame orale, senza avere alcuna certezza reale sull’ora in cui sarei stato interrogato, aver visto il professore andarsene dopo un’ora lasciando tutto in mano ad una povera assistente che si è sorbita 60 studenti uno dopo l’altro e che – arrivata a me – era talmente stanca (come il sottoscritto del resto, che aveva dormito 2 ore quella notte!) che non sono riuscito neanche ad arrabbiarmi per le due domande in croce che mi ha fatto con l’unico tentativo di abbassarmi il voto visto il suo rodimento di culo ed il mio sguardo ormai spento (facevo fatica a tradurre in italiano concetti che conoscevo dal lavoro e che mi venivano in mente in tedesco!). Ok, non è successo nulla! (Viṣṇu astākśara mantra: Io mi inchino davanti a colui che dispensa sapere e liberazione.) Però porca eva, troppo difficile trattare gli studenti con umanità e comprendere che il fatto di essere iscritti all’ università italiana non significa che meritino di soffrire in un’aula attendendo i porci comodi di un professore che non si è manco preso la briga di effettuare il lavoro per cui è pagato, peraltro da loro?!
Bene, dato lo sfogo e considerata la lunghezza del post metto in stand-by il discorso e mi riprometto di pubblicare presto una seconda puntata per parlare della didattica, in Germania ed in Italia (tzé, vediamo chi la vince!)
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