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Case a Berlino: consigli su come trovare una stanza!
Ancora silenzio, questo blog comincia a pesare come un lavoro, quasi più della mia tesi di laurea mai iniziata e che forse non vedrà più la luce. Mi ero ripromesso di postare ancora, ma una serie di sfortunati eventi (l’amore, ah l’amore; il tempo libero, sempre troppo per essere utilizzato in maniera proficua; la perdita della password di wordpress, e qui non abbiamo commenti) mi hanno tenuto lontano dai miei fedeli lettori (il sarcasmo sottile non deve mai mancare nella vita, come una spruzzata di pepe bianco sulle verdure. che è la morte sua, diceva mia nonna).
Nell’ultimo post sull’Istruzione in terra teutonica mi ero ripromesso di continuare il discorso presto/prestissimo… d’altro canto avevo anche spergiurato ai miei che mi sarei laureato l’anno scorso. Chi può veramente dire cosa succederà nel nostro futuro?! Io no, considerato che non sono neanche certo di cosa mi accada nell’immediato presente.
Il post di oggi, malgrado le promesse fatte, tratterà di nuovo, come da titolo, della ricerca di case a berlino. Il motivo è molto semplice: moltissimi di voi mi hanno scritto in privato, disperati, in cerca di dritte per trovare un letto nella Hauptstadt (oltre che per farmi i complimenti per il blog, maledetti bugiardi!)
Ecco alcuni consigli che mi vengono in mente per tutti coloro che stanno cercando case a Berlino o stanze, ma purtroppo sono scoraggiati e continuano a refreshare la pagina di WG-Gesucht (metto nuovamente il link) con uno sguardo di disperazione e speranza, come le monache che attendono di ricevere l’eucarestia alla messa delle 9 del mattino.
Ringrazio la mia lettrice Ilenia ed il caro Gerard (entrambi ancora in cerca!) per gli ottimi spunti di riflessione che mi hanno consentito di stilare questo elenco.
Vademecum per creare la giusta lettera di presentazione.
Mission Impossible: Trovare case a Berlino!
1) Moltissimi annunci di case a Berlino richiedono una descrizione di voi. Scrivete email complete, ma che non siano troppo lunghe o pesanti, raccontando dettagli superflui. Molte persone controllano la casella postale tramite il telefono, durante le lezioni in università o in ufficio, quindi non hanno né il tempo, né la voglia di mettersi lì a leggere un ebook sulla vostra vita.
2) Non siate impostati, ma mantenete un tono informale. In generale è naturale voler trasmettere una certa credibilità che, in qualche modo, vi differenzi dal prototipo dell’italiano X senza arte né parte che viene in Germania cercando l’albero della cuccagna, però non dovete neanche spaventare i poveri teutonici. Non intimiditeli. I berlinesi, rispetto ai tedeschi di altre città ed a ciò che noi percepiamo dall’Italia, non fanno un’emerita mazza dalla mattina alla sera (prendete questa frase con le pinze eh: molti sono studenti universitari che non stanno proprio a lavorare nelle miniere di sale, altri sono rampolli europei parcheggiati qui in attesa che cambi il vento come la tizia di Chocolat, altri lavorano, certo, ma sono ben lontani dal famigerato Stachanov!)… se si mettono a fare il confronto con plurilaureati seriosi, come voi descrivete di essere, si sentono dei cretini e voi ci perdete, perché alla fine sono loro che scelgono il coinquilino e voi rimanete con un palmo di mosche e ciao ciao case a Berlino!
3) Se vivete sotto il tetto di mamma e papà sorvolate su questo fatto: i teutonici escono di casa a 17 anni spaccati (come Cenerentola che aveva il coprifuoco allo scoccare della mezzanotte, scarpetta più scarpetta meno!). Gli fa strano l’idea di stare con i loro vecchi fino alle calende greche. Se dite di vivere con la vostra famiglia vi date la zappa sui piedi perché lasciate intendere di non avere l’importantissima WG-Erfahrung (esperienza in case condivise!). Ovviamente noi sappiamo perfettamente che in Italia per lasciare il nido o hai botta di culo, o hai i soldi che ti escono dal culo, oppure ti fai un culo esagerato – in tutti i casi la parola con la c è fondamentale! – ma tanto loro non ci arrivano a questa cosa, quindi è inutile che tentiate di spiegargliela. È come la differenza tra tutti i tipi di passato che abbiamo in Italiano e che il Tedesco non ha. Gliela puoi disegnare con le matite colorate, ma loro comunque non ci arrivano. Amen!
4) Se avete già un contratto di lavoro firmato ed è questa la ragione che vi porta a cercare case a Berlino, questo è sicuramente un punto a vostro favore che non dovete dimenticare di menzionare. Se si tratta solo di un tirocinio non è importante che scriviate che è tale, né il tempo esatto del contratto. Siate furbi e vaghi (ho imparato, a mie spese, da alcuni uomini che essere vaghi è molto diverso dal mentire!), perché in fondo voi sapete benissimo (o vi augurate!) di non avere problemi a pagare l’affitto, quindi non importa che i vostri futuri coinquilini si facciano venire dubbi in merito (sarà un tirocinio pagato? Se si, il suo stipendio gli permetterà di camparsi?)
5) In Germania, come in Italia, si paga di mese in mese e non a settimane come nei paesi anglosassoni, dunque non ha senso chiederlo. Comunque, in generale, se cercate case a Berlino non parlate di soldi (metodo di pagamento, eventuale abbassamento dell’affitto o della cauzione, etc.) nella vostra mail di presentazione: più ne parlate, più se ne preoccupano. Sorvolate… quelle sono cose che si possono discutere, se escono fuori, in sede di colloquio a voce/skype. Ricordate che il vostro scopo non è unico, ma triplice (come la Santissima Trinità). Voi dovete conseguire, nell’ordine: una risposta alla mail, un appuntamento per un colloquio, delle stanze / case a Berlino. Non affrettate i tempi, ogni cosa va fatta al momento giusto!
6) Puntate sul lato umano e sul fatto che siete degli ottimi (insuperabili) Mitbewohner (coinquilini!). Moltissimi annunci riportano la scritta “keine Zweck-WG” che significa, in soldoni, “non vogliamo gente che se ne sta chiusa in camera sua e ci ignora“. La verità è che poi nel 99% dei casi sono loro i primi a comportarsi così, però non gli piace che li si bolli come orsi solitari (d’altro canto se l’orso è il simbolo della città ci sarà un motivo, no?). Funziona un po’ come gli omofobi nella politica italiana, che sanno benissimo di essere degli intolleranti bigotti, ma comunque non mancano mai di dire “ho molti amici frou frou“! In ogni caso voi dovete sottolineare che siete dei tipi molto aperti e vi piace stare con la gente (guardare film assieme, cucinare, bere una birra nel week-end, spulciarvi in gruppo come fanno i macachi del borneo etc), ma che sapete anche ritagliarvi i vostri spazi e non soffrite di solitudine o sindrome dell’abbandono se vi lasciano da soli in camera come il Gobbo di Notre Dame o un cane la notte di capodanno. Il vecchio e collaudato “un colpo al cerchio ed uno alla botte“, insomma!
7) Considerate che una mail in inglese già vi toglie molte possibilità… il discorso è sempre lo stesso: ai tedeschi piace dire che sanno l’inglese, ma poi molti si scocciano a parlarlo tra le mura domestiche o a sforzarsi di leggere dal cellulare (vedi sopra) una mail in un’altra lingua (che è un po’ quello che da vent’anni tento di spiegare a mia madre: “si mamma, mi piace la pancetta, ma non vuol dire che ogni volta che torno a Roma e sto due giorni da te io debba mangiare solo quella!”). Visto che ovviamente non si può apprendere il tedesco in un batter d’occhio, stile Trinity di Matrix che impara a pilotare un elicottero da guerra in 2 nanosecondi, il mio consiglio è di farvi tradurre da qualcuno in lingua la cover letter (dove ovviamente specificate che non parlate crucchese e che qualcuno ve l’ha tradotta!) e di inserire che tra i vostri buoni propositi (che non dovranno fare la fine di quelli per il nuovo anno, che durano fino alla Befana) c’è ovviamente quello di apprendere die Deutsche Sprache. Questo è importante non solo perché dimostrate di apprezzare la loro amatissima lingua (non mi ricordo dove, ma lessi che il DUDEN, ovvero il più famoso dizionario della lingua tedesca, è entrato anche nella lista dei best-sellers germanici, figuratevi un po’!), ma anche e soprattutto perché segnalate sin da subito di volervi integrare.
8) L’ultimo rientra nei consigli della nonna, assieme a quello di non prendere caramelle dagli sconosciuti (in special modo se siete al Berghain, perché quelle che vi offrono al 99% non sono caramelle veramente!) e a non parlare con chi non conoscete (e qui se siete stranieri che capiscono 0 di crucchese già ve la cavate benissimo da soli!). Occhio ai fake, ai furfanti, alle sole… insomma a quelli che vi vogliono rifilare la fregatura. Negli anni si sono moltiplicati e contattano ragazzi italiani e spagnoli – zoccolo duro della categoria debole di “coloro che non sanno un cavolo di tedesco, in inglese si difendono come La Bella Addormentata nel Bosco in una foresta di arcolai, e sono così disperati che venderebbero l’anima al Diavolo pur di avere un materasso dove dormire” – dandogli il loro skype. Riconoscere un fake è spesso semplice, ma alle volte questi sono furbi ed insidiosi come l’incrocio transgenico tra la Volpe di Pinocchio e la vostra ragazza in una svendita di intimo per signore. Non importa quanti documenti d’identità scansionati vi inviino e quante storie di famiglie all’estero possano inventarsi: non pagate mai nulla finché non avete firmato un contratto, conosciuto la persona, visto la stanza e sopra ogni cosa ottenuto in mano le chiavi (e verificatone il corretto funzionamento).
8 bis) Se avete amici o parenti credenti fate loro accendere un cero a qualche santo (io ho la madre della mia migliore amica che, tra i miei bisogni e quelli della figlia, credo sia stata già segnalata ai pompieri catalani come possibile piromane, visto il numero di candele che ha acceso nel santuario della madonna di Balaguer!)
Un saluto e buona ricerca a tutti!
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OFF Topic, aggiornamenti dell’ultimo minuto sulla mia vita (leggere solo se interessati o particolarmente ficcanaso!)
Ho trovato un nuovo lavoro. Sono passato dalle meraviglie della scrittura online e del SEO a conturbanti danze dei sette veli in un night-club. Per chi stesse cercando di immaginarmisi alle prese con trasparenti fazzoletti, intento a dimenarmi come un’anguilla su di un cubo, dico subito che non è così (i teutonici non saranno famosi per il loro senso estetico, ma non si sono spinti ancora oltre il confine del buongusto contrattandomi come go-go dancer). In compenso il sottoscritto, 54 Kg di peso e le braccine da spaventapasseri, è Runner saltuario (leggasi Mini-Job) in quel dello SchwuZ Club. Praticamente trascorro le serate a strappare bottiglie vuote dalle mani di giovani (e meno giovani) omosessuali ubriachi, mentre alcuni di loro (ovviamente quelli che hanno già passato gli -anta) mi guardano con sguardi carichi di lussuria. Alla fine ci sta. Ho molto tempo libero (sempre troppo!), la paga è buona ed io posso risparmiare sulla palestra (non sapete quanto diavolo possono pesare le casse di Becks da 25!), ma non sulla fisioterapia (i famosi guadagni di maria cazzetti, di cui mia madre va blaterando da anni!).
A tempo perso ho iniziato a scrivere un libro che parla di… Berlino e gioventù (non sono certo di essere ferrato in nessuno dei due ambiti, eppure cavolo sono arrivato qui nel 2010 ed ancora devo compiere 24 anni!). La mia correttrice di bozze di fiducia si augura che non mi perda per strada come con l’Università e con questo Blog. Ah, queste giovani piene di speranze!
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Università italiana vs. università straniera – Capitolo 1
Die Hexe ist wieder da!
Sono tornato, non solo tra le pagine di questo mio piccolo spazio online, ma soprattutto in quel di Berlino. No, non me ne ero andato con la coda tra le gambe, ma avevo semplicemente usato i miei ultimi giorni di ferie per tentare il colpaccio e divenire – endlich(!) – un laureando dell’ università italiana! E tante care cose alle vacanze, saltate anche per quest’anno!
Ciò che conta – come mi hanno detto tutti negli ultimi giorni, maledetti ipocriti bugiardi(!)– è aver passato l’esame, visto e considerato che il voto racimolato non è proprio di quelli che renderebbero orgogliosi i genitori: è stato compiuto un altro piccolo passo verso il taglio dell’unico cordone ombelicale che mi tiene attaccato al Bel Paese.
Ma la forza delle persone sta nel cogliere il buono nelle piccole cose, sì che anche un pidocchioso ed immeritato 19 possa trasformarsi in materiale per tentare di resuscitare questo mio spazio online. Potevo non cogliere allora un’occasione così ghiotta per paragonare il sistema universitario tedesco e la cara e deprecata università italiana? Domande retoriche a parte, eccomi qua!
In Italia siamo bravi in molte cose, ma quella in cui siamo veramente dei fenomeni – oltre che nel rimorchiare con un sorriso le straniere che si fingono ingenue pulzelle in balia del macho italiano – è buttarci giù: qualsiasi sia l’argomento di discussione il connazionale medio concluderà il discorso lamentandosi per la situazione del suo paese, facendo un paragone con l’estero (solitamente con gli USA, visti come il mondo perfetto in ottemperanza all’ormai pleonastico mito americano, ma anche con Mamma Germania!) e poi facendo spallucce – che, badate, è la parte più importante del discorso – concludendo la riflessione con un “vabbé, ma d’altronde è l’Italia!”, come se la conformazione dello Stivale non permettesse per ragioni fisiche e lapalissiane di fare altrimenti!
Tra gli argomenti più gettonati c’è ovviamente il sistema scolastico/universitario, un po’ perché parlare di lavori e stipendi sarebbe come sparare sulla croce rossa, un po’ perché in fin dei conti si può dire tutto ed il contrario di tutto e l’italiano tipo ha una conoscenza del metodo di studio all’estero che è pari alla mia preparazione in ingegneria meccanica (ed io sono convinto che le auto si muovano grazie a criceti che corrono su ruote e che la benzina serva loro per farli andare su di giri sniffandola!).
Ora… io non mi reputo uno dei massimi esperti di nulla, benché meno di Istruzione, ma avendo studiato per un anno alla Humboldt Universität zu Berlin ed essendo laureando (mi piace ribadirlo, giuda ballerino!) a La Sapienza di Roma diciamo pure che un paio di cosette in 4 anni le ho più o meno capite, sia sull’ università italiana che su quella transalpina.
Il problema di fondo, io credo fermamente, risiede nel fatto che tutti in Italia ritengono il modello tedesco sempre il migliore, anche perché tra l’altro è molto simile a quello anglo-americano, in cui i nomi di Oxford ed Harvard spiccano come fiori all’occhiello ed indiscussi centri del Sapere; roba che la stessa Minerva, se fosse una studentessa, non potrebbe fare altro che inginocchiarsi di fronte a sì tanto scibile! Tutte le classifiche degli atenei mondiali mettono i centri di studio anglo-americani al primo posto e noi non possiamo fare altro che prendere per oro colato quanto leggiamo, senza farci mettere la pulce nell’orecchio dal fatto che a scrivere questi studi sono proprio loro, gli americani e gli inglesi, che per ovvie ragioni hanno tutto l’interesse a tirare acqua al proprio mulino (d’altro canto se io dovessi spendere una vagonata di denaro per mandare mio figlio a studiare vorrei che la scelta ricadesse, almeno sulla carta, sul migliore ateneo possibile, ché mi pare chiaro che buttare soldi per la mediocrità o il peggio che passa il mercato non sia tra le cose più furbe del mondo!).
Quello che però queste classifiche omettono di specificare, relegando l’ università italiana troppo spesso all’ultimo posto ed alimentando il dibattito a tavola con gli amici, è che la differenza nel modo di strutturare la didattica tra sistema italiano e sistema anglo-sassone (e ci aggiungo anche quello tedesco) è abissale, un po’ come lo è la cucina giapponese da quella francese!
L’ università italiana aka il Caos!
L’ università italiana – e La Sapienza di Roma in primis – è un caos: una miriade di giovani si incontrano nei corridoi e si arrabattano per capirne il funzionamento, si laureano in ritardo e prendono fior fior di magistrali senza realmente capire a quale santo si siano votati per riuscire a venire a capo della nostra burocrazia, delle segreterie e di tutte le mille e uno peripezie che devono passare – è un po’ il principio delle Fatiche di Eracle – per riuscire a prendersi un benedetto pezzo di carta.
Al contrario il sistema tedesco – e parlo di questo perché l’ho vissuto in prima persona, ma da quel che ho capito tramite amici che sono stati oltremanica quella inglese è assimilabile – è perfettamente strutturato ed organizzato (poteva essere altrimenti?) – una forza che spinge gli studenti a laurearsi, si adatta ai loro orari ed ai loro bisogni e fa in modo che questi possano studiare, ma al contempo vivere la propria vita di giovani e futuri portatori di sapere.
A vederla così appare chiaro quale tra le due opzioni bisognerebbe scegliere ma, come si suol dire, non è tutto oro quello che luccica!
Se è vero che l’ università italiana è pressoché invivibile ed ingestibile – costringendo i ragazzi a dimenticare le ferie (non vi è in effetti alcun periodo dell’anno in cui uno studente sia realmente al riparo da un esame, ma vi è sempre un appello o un periodo di lezioni che gli grava sul groppone, benché poi molti di noi rinuncino a prepararsi bene o a lavori/stage pur di tirare un attimo il fiato) – io l’ho sempre vista come una palestra di vita. Nel mondo del lavoro e nel corso della nostra esistenza poche volte – soprattutto di questi tempi – troveremo le cose perfettamente organizzate, gestibili e che ci calzino a pennello. Laurearsi a La Sapienza di Roma significa letteralmente imparare questo: riuscire a coniugare i propri interessi, i propri bisogni e la propria vita con degli orari delle lezioni spesso e volentieri assurdi, in aule lontanissime l’una dall’altra, convivendo con la congestione tipica delle strade di Roma, con segreterie che sono aperte ad orari inumani e con una burocrazia da far schifo. Riuscire a laurearsi a La Sapienza vi rende in grado di affrontare una qualsiasi sfida di sopravvivenza: se siete riusciti a discutere la tesi in quel di Piazzale Aldo Moro potete scalare l’Everest con i tacchi a spillo, state tranquilli!
Al contrario la Humboldt-Universität è una passeggiata in bici, pure in discesa: prenotarsi al Seminar che vi interessa è facile e basta un click, il professore vi dà il suo numero di telefono e la sua mail e – incredibile(!) – non manca mai di rispondervi (a onor del vero la mia tutor di tesi in Italia in questo è impeccabile, sono io che non ho capito perché perdo ogni volta le sue mail nella posta!). Oltre a questo le date degli esami escono con tipo quattro mesi di anticipo, in modo che chiunque, anche il più disorganizzato degli studenti (e qui non parlo dei crucchi ovviamente, ma dei tipi come me che purtroppo non sono in grado di pianificarsi una giornata o di seguire il proprio unico blog personale!) possa riuscire a tracciare un piano di studio. Oltre a questo le bellissime Semesterferien lasciano ai ragazzi qualcosa come due mesi di totale stacco dalla didattica: no esami, niente di niente. Solo voi, i vostri fottutissimi cazzi da sbrigare e la vita! Capite bene che uno inizia il semestre successivo con un mood che non ha nulla a che spartire con quello del ragazzetto italiano che si è portato i libri al mare o che molto più probabilmente ha deciso di partire una settimana senza niente che gli ricordasse le lezioni, ma con un carico di incubi notturni sull’appello di settembre che gli è costato 1/3 della chioma, oramai sparsa sul cuscino come il pelo di un gatto affetto da rogna! Certo tutto questo è bellissimo ed in effetti gli studenti tedeschi si permettono viaggi intercontinentali e vacanze che farebbero sbavare i nostri connazionali come il cane di Pavlov al suono del campanello… ma, quanti di questi giovani virgulti teutonici sarebbero poi in grado di vivere in un Mondo di Tenebra (cit by WhiteWolf), caotico ed oscuro, come quello che caratterizza l’epoca post-moderna in cui ci troviamo? Pochi, ve lo dico io!
L’unica nota dolente della “disorganizzazione buona” de La Sapienza è che a volte questa degeneri veramente in un qualcosa di macchiettistico e patetico, che spinge anche una persona pacata e tranquilla come me (scusate, qui avevo inserito la modalità “ironia”) a sbraitare al telefono in quel di Piazza Venezia contro tutti gli italiani. Ma cosa può essermi accaduto da aver quasi rimpianto la Germania nei miei unici 4 giorni in Italia, dove il sole (alternata alla pioggia, ché Fantozzi è in me!) baciava dolcemente la mia pelle resa d’alabastro dal tempo berlinese? Semplice ho fatto 6 ore di attesa per dare un esame orale, senza avere alcuna certezza reale sull’ora in cui sarei stato interrogato, aver visto il professore andarsene dopo un’ora lasciando tutto in mano ad una povera assistente che si è sorbita 60 studenti uno dopo l’altro e che – arrivata a me – era talmente stanca (come il sottoscritto del resto, che aveva dormito 2 ore quella notte!) che non sono riuscito neanche ad arrabbiarmi per le due domande in croce che mi ha fatto con l’unico tentativo di abbassarmi il voto visto il suo rodimento di culo ed il mio sguardo ormai spento (facevo fatica a tradurre in italiano concetti che conoscevo dal lavoro e che mi venivano in mente in tedesco!). Ok, non è successo nulla! (Viṣṇu astākśara mantra: Io mi inchino davanti a colui che dispensa sapere e liberazione.) Però porca eva, troppo difficile trattare gli studenti con umanità e comprendere che il fatto di essere iscritti all’ università italiana non significa che meritino di soffrire in un’aula attendendo i porci comodi di un professore che non si è manco preso la briga di effettuare il lavoro per cui è pagato, peraltro da loro?!
Bene, dato lo sfogo e considerata la lunghezza del post metto in stand-by il discorso e mi riprometto di pubblicare presto una seconda puntata per parlare della didattica, in Germania ed in Italia (tzé, vediamo chi la vince!)
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Un’immagine vale più di mille parole
Non ho molta voglia di scrivere da qualche mese a questa parte (si era notato per caso?), sarà che quando mi capita di avere una pagina bianca davanti è quella della tesi (che rimane sempre di quel colore anche dopo un paio d’ore che la osservo!).
Comunque la vita berlinese continua e per regalarvene alcuni assaggi ecco un’immagine.
Ah, la bellezza di ospitare presto amiche italiane che hanno vissuto in Spagna in quel di Berlino…
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Il modello tedesco : vivo davvero nel Paese di Bengodi?
Torno a scrivere dopo settimane di silenzio; da bravo pigro che sono, senza volerlo, ho trascurato il blog, ché tanto voglio dire… non credo che qualcuno abbia refreshato costantemente questa pagina in attesa di qualcosa di nuovo dal fronte occidentale.
Oggi torno su queste pagine, colto dalla rabbia – o forse da una sana voglia di mettere i puntini sulle i – dopo aver visto un servizio di La7 sul cosiddetto “ modello tedesco “ e la vita a Berlino, il classico montato televisivo del nostro paese con cui si presenta all’italiano medio la Germania come il paese della cuccagna.
Una mia amica ha postato il video sulla mia bacheca di Facebook, pensando a me quale “cervello in fuga” (pensate quali parametri distorti abbia questa ragazza!) che vive den deutsche Traum (versione moderna dell’American Dream, con contorno di crauti invece che patatine fritte) qui nella capitale tedesca.
Il servizio descrive Berlin come una sorta di paradiso: si analizza il fenomeno – tutto crucco, assolutamente vero! – delle giovani famiglie, si intervistano italiani che hanno un impiego regolare, si parla anche dei tanto famosi assegni di disoccupazione, di primo e secondo livello, che spettano a tutti i disoccupati domiciliati qui.
A sentir parlare gli intervistati ed a vedere il servizio, il tipico italiano potrebbe facilmente pensare al modello tedesco di welfare come alla formula aurea, da cui tutto il bene del mondo deriva e trae forza. La favola di questa enorme città piena di vita, in cui la gente non ha la macchina e gira in tram e bicicletta pagando case 500 euro al mese potrebbe affascinare anche il più disincantato italiano che, nella nullafacenza della domenica, scopre il video sul sito di La7. Ma quanto è vero e quanto no?
Io sono convinto che non tutto sia proprio come nel paese degli gnometti Loacker…
Modello tedesco : tra il dire ed il fare
I primi italiani che incontriamo nel servizio si aggirano per il quartiere di Kreuzberg, proprio in Kottbusser Tor, a pochi passi da casa mia e dalla sede della società per cui lavoro. La grande ferrovia sopraelevata della U1 fa da sfondo per l’inizio dell’intervista, che poi continua in uno dei tanti pub dell’(ex) quartiere degli artisti, uno dei più famosi della capitale alemanna.
Si parla di contratti di lavoro fissi, di gente che ce l’ha fatta e guarda i connazionali che ancora non hanno lasciato il Bel Paese con quella maschera di vittoria sul volto che non potrebbe non provocare l’invidia nei ragazzi che, a Roma e Milano, sognano un contratto da precario almeno per pagarsi le 4 uscite in croce con gli amici.
Non vi sono bugie nelle parole dei miei co-esuli, eppure basterebbe così poco, anche solo un sei mesi di vita qui, per capire che il paradiso promesso dalle loro parole è solo… una promessa che non può essere esaudita, almeno non per tutti.
La verità è che in Germania si ha un concetto di lavoro/vita che è molto diverso da quello a cui noi siamo abituati: è un qualcosa che ha a che fare col modo di vivere la vita che i tedeschi – ma soprattutto i berlinesi – fanno loro sin dalla più tenera età, o almeno dal momento in cui si recano al Bürgeramt per fare l’Anmeldung nella Hauptstadt.
Il vero modello tedesco, quello che gli italiani tentano di scimmiottare con leggi che non hanno il benché minimo senso se non lette nel contesto, è a dire il vero abbastanza semplice: lavorare per avere quanto basta per godersi la giornata e la vita. Questo concetto sembra abbastanza semplice, eppure è lontano anni luce dal modo in cui siamo abituati a vivere in Italia.
Intere famiglie italiane – uso appositamente la parola famiglia, visto quanto sembra essere importante questo concetto in Italia, ché noi si sa siamo ipocriti come il serpente che tentò Eva con la mela del peccato – vivono la loro settimana completamente alienati: dal lunedì al venerdì i genitori si spaccano la schiena a lavoro, tornando a casa tardi la sera, scambiando due parole a tavola con i figli ed attendendo con ansia il week-end per sbrigare le faccende di casa arretrate. Tra un paio di lavatrici, un’oculata spesa nei supermarket che presentano offerte e la sapiente preparazione di manicaretti per l’intera settimana, il sabato e la domenica si consumano così. Verrebbe da chiedersi se la famiglia non sia questo: vivere sotto lo stesso tetto, dipendere – se si è giovani o anziani – dagli adulti ed incontrarsi tra i corridoi di una casa comprata con sacrifici ed il cui mutuo pende sulle teste di ognuno come una spada di Damocle.
Il modello tedesco visto dagli stranieri in città
In Germania, al contrario, le persone accettano ogni tipo di lavoro, non hanno la presunzione di voler stare in un ufficio. Madri di famiglia guadagnano dignitosamente facendo le commesse e le cameriere – con una preparazione dettata dall’esperienza che ti fa veramente venire voglia di comprarti tutto il negozio o scofanarti tutto il ristorante, peraltro – e tentano di guadagnare il giusto, senza strafare con le ore, per tornare a casa – in affitto(!) – dai propri figli. Il sabato e la domenica la famiglia – quella vera, tedesca, quella che accetta anche le coppie omosessuali(!) – semplicemente esce. Si sta assieme perché si ha piacere di godere di un momento comunitario al parco – e in questo il video di La7 è assolutamente veritiero – lì dove un tempo correva il confine tra le due Berlino. Nel Mauerpark tutta la città è in festa: non stanno celebrando il sole – che voglio dire, questo non è sole… è una squallida pantomima di ciò che abbiamo in Italia(!) – ma festeggiano il fatto di essere lì assieme, di aver lavorato tutta la settimana per avere i soldi per fare questo. Niente roba di verghiana reminescenza, niente accomulo di debiti al di sopra delle proprie possibilità: sole, stesi sul prato, due birre e tre panini a 10 euro in tutto + la musica di una banda a cui dare 1 euro di mancia!
Per quanto riguarda gli aiuti, è vero che il modello tedesco di welfare è assolutamente giusto ed equo, ma bisogna anche capire che la mentalità alemanna – in generale – non è quella italiana: la gente non marcia sull’aiuto per non fare nulla, come invece noi italioti facciamo perché abituati a piangere il morto e fregare il vivo, come dice un nostro antico detto popolare.
La signora del Jobcenter intervistata dalla troupe di La7 sostiene che l’aiuto è disponibile per tutti coloro che vivono in città. Forse un tempo era così, ma ora – sarà la crisi? – le cose sono cambiate. Troppi italiani e spagnoli, accecati da servizi come questo, sono venuti a Berlino con progetti di vita che poco si discostavano dall’idea di cantare sotto un albero mangiando a sbafo dello stato tedesco: quanti connazionali, in ristoranti che battevano bandiera corsara (alias il nostro tricolore), hanno chiesto appositamente di non avere un contratto regolare, in modo da risultare nullatenenti e ricevere l’aiuto dello stato? O ancora: quanti hanno accettato – o sempre richiesto, che è poi la faccia più oscura della medaglia – di ricevere soldi sottobanco, in modo da avere una busta-paga ufficiale che consentisse loro di avere soldi extra da Mamma-Germania?
La verità è che il modello tedesco porta al benessere solo se viene vissuto come fanno i tedeschi; le differenze culturali tra noi e loro sono talmente grandi che noi non sapremmo che farcene di un modello così. Se – ammesso e non concesso che questo fosse possibile – noi prendessimo tout court il modello tedesco e lo implementassimo in Italia imploderemmo nel giro di qualche mese, proprio come sta implodendo Berlino stessa, piena zeppa di stranieri che si approfittano di quelli che loro considerano “bug” del sistema.
500 euro al mese per una casa a Berlino? Certo, perché qui tutti vivono in affitto o subaffitto da altri tedeschi… ma andate a vedere i costi attuali a Kreuzberg e Prenzlauerberg, in cui italiani e spagnoli hanno fatto affari d’oro comprando case ad un prezzo in cui a Roma e Barcellona avrebbero si e no potuto prendere un garage… La differenza con gli affitti di Milano e Madrid si assottiglia sempre più, perché l’italiano pensa a spremere il prossimo sino a che questo non sanguina, non a vivere dignitosamente permettendo agli altri di fare altrettanto.
D’altronde basta guardare la nostra classe politica per avere uno spaccato di quello che è l’Italia.
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Mi scuso se è uscito fuori in un post un po’ amaro, ma per l’amore che ho per questa città e per la stima che ho dei connazionali che leggono le notizie su internet e non aspettano il pappone della televisione – che meritano di sapere le cose a tutto tondo – non potevo non dire la mia sul tanto decantato modello tedesco.
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Gay italiani: quando l’Europa appare così lontana
Ci siamo, ci sto cascando di nuovo … sto per rifare un confronto tra il mio paese natale e quello in cui attualmente (soprav)vivo. È più forte di me, è una forza che mi prende e mi spinge a spalare cucchiaiate di letame come si farebbe con la maionese su un Currywurst!
Che poi, a ben vedere, c’è un motivo per cui mi comporto così (noia? Eventuale situazione familiare disagiata? Un sassolino nella scarpa ahi, che mi fa tanto, tanto male ahi?). No, in realtà credo che sia solo una questione di presunzione: sono convinto che il mio modo di vedere una singola questione sia nel 99% corretta (e nel rimanente 1% si avvicini in ogni caso asintoticamente a “La Verità”), quindi tento in ogni modo di lasciare che i miei pensieri fluiscano all’esterno come le goccioline di latte dalla mozzarella, inondando il mondo della loro indubbia saggezza!
Ma poi, dai, siamo seri: può essere possibile che la maggioranza dei miei connazionali sia così orba da non vedere quanto sia grottesco e retrogrado il nostro paese? Anche una comunità di babbuini se avesse il minimo interesse a seguire i nostri telegiornali ci darebbe degli idioti!
“Dio lo vuole”: aspettando una Crociata contro i gay italiani!
Considerando le 1000 e 1 idiozie che i nostri politici e personaggi famosi sparano impunemente in televisione, non avrei altro che l’imbarazzo della scelta su quale delle tante soffermarmi per fare un paragone. Mi sento un po’ come un bambino di fronte ad un buffet: inizio dal dolce o dal salato? Prendo la tartina con il caviale oppure mi abbuffo di mignon come se dovessi morire domani? Ci sono: iniziamo da questo articolo del Corriere della Sera su alcune dichiarazioni di Rosy Bindi. “Il matrimonio è solo eterosessuale” sostiene la politica italiana, classe 1951 (praticamente una ragazzina!) e attuale Presidente del Partito Democratico, ovvero l’anima di centro-sinistra del bipartitismo del mio paese (nello scrivere quest’ultima frase mi sono risaliti i peperoni di ieri, ma la mia faccia non ha cambiato espressione: con una tale capacità di dire idiozie e dissimulare, se fossi una donna potrei fingere l’orgasmo anche con una siccità delle parti basse paragonabile a quella del deserto del Kalahari!).
Al di là di cosa farei o non farei se fossi del gentil sesso, il punto della questione è che nel 2012 il presidente di un partito che dovrebbe essere non dico progressista in sé, ma se non altro “più progressista del PdL”, se ne esce veramente con opinioni molto tristi. Si perché se lei è una di quelle che è dalla parte dei diritti della minoranza(?) LGBT, i gay italiani insomma, non oso pensare a cosa potrebbero dire in merito quelli dell’altro schieramento!
Non che in realtà vi sia molto spazio per l’immaginazione, ché si sa, nel Bel Paese è difficile che qualcuno si tenga un’opinione per sé, ed è così che iniziano a volare minchiate a non finire sui cieli di Roma e Milano!
Vittorio Sgarbi, ad esempio, (che secondo wikipedia è, nell’ordine: un critico d’arte, politico, opinionista, personaggio televisivo e scrittore italiano. Chissà se è anche lavabile in lavatrice!) ha voluto dare in pasto ai media le proprie parole, ché in effetti se ne sentiva il bisogno, come se non bastassero quelle della Bindi, che appare più convinta di aver giurato lealtà alla Bibbia riveduta e corretta da Torquemadapiuttosto che sulla nostra Costituzione!
Con un brillante editoriale su Il giornale, Sgarbi come sempre punta sulle proprie capacità di demagogo, la sua indubbia cultura e la sua vena provocatrice per ribaltare frittate e sbattere uova con la stessa maestria di Anna Moroni nello spazio a lei dedicato nel programma La Prova del Cuoco. In effetti la somiglianza dei due è calzante considerando l’urto che la voce della signora provoca anche alle orecchie meno sensibili e l’effetto non dissimile che le parole del critico sui gay italiani producono in me.
Il vero problema però non è Sgarbi – che forte del potere della cultura ha vita facile con una massa di pecoroni come gli italiani che, leggendo due parole imbellettate, potrebbero vendere la propria madre per meno di trenta denari – quanto appunto il fatto che la gente prenda per vero tutto ciò che su un giornale è scritto.
“Sono scomparse le figure della ragazza madre e del «finocchio» costretto nel suo ghetto.” sostiene il Vittorio nazionale, riferendosi a quanto detto sulle coppie omosessuli dal Parlamento Europeo. Peccato che Sgarbi faccia finta di non ricordare i continui attacchi ed offese a cui i giovani (ma anche maturi) gay italiani sono costretti. Non pago di rimaneggiare la realtà delle cose come un prestigiatore farebbe con un mazzo di carte, il nostro scrittore non poteva poi esimersi dal tirare in ballo l’Economia: in un momento di crisi buttarla sul contenimento delle spese è l’unico modo per essere certi che gli italiani capiscano. “Morto un uomo il suo giovane compagno potrà, come una moglie, ottenere i benefici della pensione. Quello che valeva soltanto per marito e moglie, varrà per marito e marito e moglie e moglie, in un vertiginoso incremento della spesa pubblica.” Un po’ come quando, con l’avanzare della peste, si dava la colpa agli untori: non che la peste venisse debellata, ma dire che in questo modo si sarebbe diffusa meno, se non altro distoglieva l’attenzione dai colpevoli reali e dava qualcosa da fare al popolino!
Tanto il babbuino italiano medio non baderà a queste sottili cose, ma – accecato come un toro alla vista del rosso – si prodigherà in fantastici commenti che inorgoglirebbero gli uccisori delle Streghe di Salem, come quelli che riconducono il matrimonio odierno a quello romano (d’altronde mi pare ovvio che noi non ci siamo affatto evoluti dal Corpus Iuris Civilis giustinianeo!), o un’altra perla come questa, che merita di essere riportata in maniera integrale per venire esposta al pubblico ludibrio:
#13 Grisostomo (196) – lettore il 14.03.12 alle ore 11:06 scrive:
Il solo pensiero che uno si debba spaccare la schiena per lavorare e pagare le tasse per dare poi la pensione di reversibilità ad un pervertito sporcaccione solo perchè ha praticato i suoi abominevoli accoppiamenti contro natura con un suo simile passato a miglior vita mi fa accapponare la pelle. Per i gay solo cure coatte fino alla completa guarigione!!!!!
Avrei voluto commentarlo in qualche modo, ma non riesco a trovare le parole… quello che so per certo è che simili dimostrazioni di odio qui in Germania sarebbero assolutamente considerate fuoriluogo. In Italia, al contrario, tutto è opinione: abbiamo un nostro particolare modo di vedere la libertà di espressione quale “libertà di offendere e dire tutto ciò che ci passa per l’anticamera del cervello!”. Problema linguistico, culturale o solo arretratezza?
Neanche i gay italiani sanno che dire, figuriamoci che fare!
In Germania dal 2001 è presente l’istituto della Eingetragene Lebenspartnerschaft, che di fatto dà pieno riconoscimento alle forme di amore omosessuale e le equipara pressoché in toto a quelle eterosessuali. I profili di questo istituto giuridico – che potrebbero essere considerati fantascienza per i gay italiani – non si discostano da quelli del tradizionale matrimonio sul piano patrimoniale o di agevolazioni in materia di Staatsangehörigkeit(cittadinanza) e simili, ma solo ed unicamente su quello della filiazione e delle adozioni, non ancora perfettamente speculari.
Il Bürgermeister (Sindaco) di Berlino, Klaus Wowereit, è gay ed il suo modo di presentarsi, sia come politico che come persona omosessuale, è un qualcosa che ha quasi del disarmante se lo si guarda da un punto di vista tipicamente italiano:
„Ich bin schwul – und das ist auch gut so!“ (Sono omosessuale e va bene così), senza aggiungere altro, semplicemente con normalità, come dovrebbe essere. Un po’ come se Napolitano durante un discorso alla nazione rivelasse “Ho più di ottant’anni!” e bon. Chi si scandalizzerebbe o chiederebbe delucidazioni in merito? Nessuno immagino (ma non ci giurerei, che in Italia pur di dar fiato alle trombe disquisirebbero anche del sapore dell’acqua a Porta a Porta!)
Sembra chiaro da queste poche righe che la vita delle coppie omosessuali nella Repubblica Federale sia assolutamente più facile rispetto a paesi come l’Italia, che ancora cavillano sulle radici “cristiano-cattoliche” della loro cultura per negare il diritto al riconoscimento della propria forma d’amore ai gay italiani.
Colpa della società? Colpa del machismo italiano che ancora ci portiamo dietro? Sicuramente, ma non vorrei togliere dal novero dei responsabili anche le associazioni dei gay italiani, vere e proprie macchiette rispetto a quelle tedesche.
In un simpatico ed assolutamente lucido articolo, il blogger di vogliosposaretizianoferro.it, Andrea Bordoni, riflette sulle grandi pecche del movimento LGBT in salsa italiana usando come spunto una puntata del programma televisivo In 1/2h di Lucia Annunziata. Al di là degli esilaranti teatrini di cui la conduttrice si rende protagonista, l’immagine delle associazioni gaye intervenute nella trasmissione ne esce realmente martoriata: una massa di lacchè, incapaci addirittura di dire chiaramente quali siano gli obiettivi del loro rivendicare, servili a tal punto da arrivare a proporre alla conduttrice – rea di aver pronunciato frasi omofobe e di non voler chiedere neanche scusa – di entrare in un Comitato d’Onore delle associazioni (roba che qui le avrebbero fatto perdere il posto di lavoro, altro che inviti!). Ridicoli!
Con questi chiari di luna, mi chiedo quando riuscirò a scrivere un post in cui festeggiare una legislazione per i gay italiani simile a quella tedesca. Ich warte darauf!
Pubblicato in politica italiana
Contrassegnato diritti, Eingetragene Lebenspartnerschaft, gay, omofobia, omosessualità, politica italiana, sgarbi
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Case a Berlino: la condivisione al gusto di X-Factor
Come avevo promesso eccomi qui con la seconda puntata sulla ricerca delle case a Berlino. Mentre la scorsa volta ci eravamo concentrati su coloro che, poverini, hanno deciso di voler fare la bella vita in un appartamento soli soletti o con amici, oggi voglio parlare delle WG (Wohngemeinschaft), gli appartamenti condivisi.
Direte voi si, vabbè… nulla di nuovo! Qualsiasi città che che abbia un’Università conosce il fenomeno degli appartamenti condivisi, che ce stai a raccontà de novo? e invece no, signori miei… proprio qui casca il proverbiale asinello. Nella Hauptstadt trovare una stanza non è affatto una cosa da prendere sottogamba, perché se è vero che su WG-Gesucht ci sono almeno 10 pagine di annunci nuovi al giorno, è altresì vero che la domanda e le selezioni sono più ardue di quelle di Miss Italia!
Case a Berlino: Chi tra tutte voi arriverà a Salso Maggiore Terme?
La prima cosa che dovete mettere in conto prima di gettarvi a capofitto in quello che è a tutti gli effetti un lavoro a tempo pieno è, in generale, che nel mondo delle case a Berlino voi non siete altro che una goccia nel mare dei disperati senza dimora che si accontenterebbero (e si accontentano!) anche di un materasso pulcioso buttato in un sottoscala. Voi siete i senzatetto e loro, le amabili persone che andrete a conoscere (io in un mese di colloqui avrò stretto la mano ad almeno 40 individui!) hanno il potere… e, come diceva Giulio Andreotti citando Talleyrand, “il potere logora chi non lo ha”… ovvero voi, i vostri nervi e le vostre giornate!
Poiché gli annunci di case a Berlino sono veramente tantissimi dovete prima di tutto fare una scrematura: cercate di capire quali sono le vostre disponibilità economiche e ignorate direttamente quelli che hanno un Warmmiete (affitto della stanza tutto compreso) che non vi rientra! Ho conosciuto gente che, povera stolta, pensava di potersi mettere a contrattare sul prezzo. Evidentemente non avevano ancora capito la legge fondamentale che soggiace a tutto il tran-tran: voi non valete assolutamente nulla! Non avete potere di contrattazione, siamo in Germania e non in un Bazar di Baghdad: se vi chiedono due cammelli voi dovete dare due cammelli , punto. Se non li avete… niente, avanti il prossimo! Altro giro altra corsa, venghino signori venghino!
Altro discrimine può essere il tabagismo – ché qui, non si sa come, tutti fumano, ma se vai a cercare una fucking Zimmer (aka stanza) nessuno vuole vivere con fumatori: ma che pensate che noi ci diamo alle bionde solo quando siamo fuori casa, un sabato si ed un no? Bah!
Ovviamente anche il vostro sesso è importante: esistono WG di sole donne – veri e propri ginecei nel bel mezzo della capitale tedesca – quelli di soli maschietti – che solitamente, mi spiace dirlo, lasciano un po’ a desiderare per ciò che concerne la pulizia – e, ovviamente, le WG miste. Queste ultime seguono una regola molto precisa (sarebbe stato forse possibile il contrario in Germania?): loro sono per le quote rosa (o azzurre in casa!) non si sa perchè… ad un certo punto sorge in una coppia di coinquilini di un unico sesso il forte desiderio di avere in casa un individuo dell’altro. È più forte di loro e pertanto scrivono direttamente nell’annuncio ciò che cercano, senza lasciarsi aperta la possibilità di conoscere chi non soddisfi tale requisito. È una specie di istinto che non possono combattere, un po’ come le oche canadesi che a una certa prendono e migrano, ecco! È così e basta! Vai a capirli pure te…
Case a Berlino: Le faremo sapere… (La lunga attesa cfr. Carmen Consoli)
Dopo essersi sbattutti per tutti gli angoli della città, aver stretto mani a chicchessia come quando il prete dice di scambiarsi un segno di pace e, non paghi, dopo aver conosciuto i tipi più assurdi e aver sentito le richieste più impensabili, arriva la fatidica risposta di rito “Ti faremo sapere”! Si perché coloro che cercano case a Berlino sono veramente tanti, per questo motivo ad un singolo annuncio possono rispondere anche 50 persone in un’ora!
Una prima scrematura viene fatta già a partire dalla mail di candidatura: errori di ortografia, una carriera universitaria che fa sembrare noiosetto, un lavoro che non pare dare molto tempo per la convivenza… tutti questi sono ottimi motivi che possono portare a segare la metà dei partecipanti al concorso: unicamente i migliori arriveranno al Serale, come Maria de Filippi insegna ormai da anni!
I 15 finalisti che riescono ad entrare in casa per un sopralluogo (ché a volte non ci sono neanche le foto negli annunci) vengono colti da un improvviso sconforto nel citofonare e prendere posto per dare inizio alle danze.
Se sono fortunati l’intervista è individuale: siete tu e i futuri coinquilini. Tutto si riduce ad un gioco di sguardi e domande in cui tu vorresti riuscire a dir loro che quello spazio che si ostinano a chiamare camera è in realtà uno sgabuzzino con un materasso a terra, mentre loro tentano di comprendere se tu sia il coinquilino perfetto! La pressione è alle stelle, se sei l’unico intervistato non puoi neanche analizzare la concorrenza e capire se le tue possibilità siano reali o chiaramente non vi è la minima chance che tu possa smettere di refreshare WG-Gesucht!
Altre volte – per mancanza di tempo e non per sadismo, dicono – si fanno colloqui multipli, in cui 6 o 7 tizi (a volte anche di più!) vengono intervistati simultaneamente, con la pretesa di farsi un’idea su tutti. La lingua da parlare è sempre un terno al lotto: alcuni non spiccicano una parola di tedesco manco sotto tortura, altri – ne sono convinto(!) – dicono così per giocarsi la carta del loro perfetto american english… gli venisse un colpo secco! Uscendo da una situazione del genere sei così svuotato che altro che case a Berlino, ti sembra di aver concorso in una giornata a tutte le discipline olimpiche; la testa ti scoppia e tu non ricordi neanche chi fossero giudici e giudicati, figuriamoci l’aspetto dell’abitazione!
In ogni caso puoi star certo, dicono loro, che ti faranno sapere… in realtà non è affatto detto… perché “sapete ci sono così tanti interessati da chiamare che noi manderemo una mail al vincitore, se gli altri non ricevono nulla entro due settimane, beh allora non sono stati ritenuti idonei!”. Certo, tanto io non ho nulla da fare nella mia vita che continuare a sperare e/o reiterare questo immondo teatrino gettando il mio tempo rispondendo ad annunci ed a scoprire che fanno nella loro vita improbabili ragazzi che hanno il buon cuore di chiamarmi per fare un’intervista!
Succo della questione: Ritenta, sarai più fortunato!







